GEOARCHEOGRAFIE#NARRAZIONI. La mostra personale di Angela Palmarelli al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma

“Ripenserò a quest’ultima avventura che mi è stato concesso di vivere. Velthune, dopo avermi fatto viaggiare nel passato insieme a Mecenate e a Virgilio, ha voluto mostrarmi anche il futuro: quello dei templi diroccati di Sacni, quello dove mi trovo adesso e perfino quello che verrà quando tutto sarà terminato. Il futuro dopo il futuro…”

Gli ho chiesto: “Cosa verrà dopo il futuro? Tu, forse, lo sai?”

La sua risata ha turbato il silenzio del giardino, e ha fatto trasalire gli altri personaggi che si sono voltati a guardarci.

“Tornerà il passato – ha risposto Timodemo. – Cos’altro vuoi che succeda?”

SEBASTIANO VASSALLI, Un infinito numero, Einaudi, Torino 1999

Curata da Domenico Iaracà e Francesco Santaniello, la mostra Geoarcheografie#Narrazioni propone un discorso visivo articolato come un dialogo, fatto di forme plastiche e immagini, atto a veicolare messaggi estetici e al tempo stesso di forte impegno civile. Le due voci di questo serrato dialogo, quella dell’archeologia e quella dell’arte contemporanea,  inducono tutti noi a una profonda riflessione sul modo di leggere l’attualità e le varie realtà della vita e dell’Essere. Oggi, come nel passato, il linguaggio polisemico dell’arte, sostanziato dalla materia plasmata e sublimata dall’artista-demiurgo, ci guida attraverso le tappe di un percorso segnato dalla percezione, dalla sensazione e dalla memoria.

Sono narrazioni sul tempo e sul sacro che traspaiono, sottotraccia, nei segni geologici impressi sull’argilla, grafemi di un alfabeto primordiale in orizzonti cronologici all’interno dei quali l’Uomo è una presenza trascurabile.

Il percorso della mostra prende avvio dalle sale dedicate alla città di Falerii, in particolare dalla decorazione architettonica di una porta: limite fisico e ideale, questo stesso elemento sarà ripreso nell’installazione finale dell’esposizione, quasi a chiudere il cerchio del significato di senso scelto per la mostra.

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Le sale successive sono poi dedicate al ciclo delle RITMITI. Per parlare di queste opere, l’artista ha scelto di utilizzare le sue stesse parole che riportiamo qui di seguito:  “In questa sala del Museo dedico il mio lavoro alle Ritmiti, formazioni rocciose sedimentarie che, in Natura, danno la possibilità, a chi le sa guardare, di leggervi l’intera storia del nostro pianeta. La loro ripetitività e la tipologia del segno riporta ad emozioni legate al senso di primordialità di quello che mi piace pensare come il grafema originario della nostra scrittura.

E ancora “ Avendo sviluppato nel tempo una particolare sensibilità per paesaggi e morfologie che collegano i luoghi  alla ricerca di connessioni di segni e linguaggi delle formazioni rocciose, amo ricreare nelle mie Geoarcheografie una narrazione astratta fatta di scansioni ritmiche di segni e linee materializzati in stratigrafie immaginarie. Individuando un filo temporale che colleghi le opere alle archeografie del Museo, le faccio dialogare integrandole in un gioco di alternanze e richiami”

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Le parole dell’artista si concentrano poi sulla modalità di realizzazione delle opere e del ruolo svolto dal fuoco, elemento incontenibile e non completamente controllabile fino in fondo:

Il mio lavoro è rivolto alla ricerca di  linguaggi remoti, veri e propri codici geologici che interpreto e riproduco in stratigrafie e segni impressi nell’argilla. Modellata in lastre, questa materia, oltre a fornire supporto e superficie, dà ai miei segni la possibilità di penetrarvi, conferendo loro una profondità e una casualità che, in altro modo, sarebbe impossibile ottenere. Poi Il fuoco fa il resto, con le sue mille possibili varianti e fascinazioni.

Nell’opera ORIZZONTI VERTICALI così come nelle opere GRAFEMA I, II e III, ho voluto dare corpo ai segni estrudendoli quasi dalla lastra, non più utilizzata come foglio bianco, ma diventata essa stessa segno e linea materializzati in sequenze stratigrafiche suggerite da fenomeni naturali che evocano “evoluzioni e processi sedimentari risalenti a cronologie impossibili da ordinare nei calendari della storia dell’uomo” (T. ERCOLE, 2017), ma anche segni dei quali ci si è appropriati o semplicemente paesaggi nei quali eventualmente perdersi”.

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Inserita tra le vestigia di una civiltà che ha goduto di una vera e propria talassocrazia mediterranea, ovvero di un monopolio pressoché incontrastato sulle acque di questo mare, la mostra di Angela Palmarelli porta infine l’attenzione dei suoi fruitori anche sulle dinamiche di apertura e chiusura di cui questo mare è testimone. Tra le opere espressamente realizzate per questo evento spicca infatti Gap, la grande installazione nella parte finale del percorso espositivo. Un susseguirsi di orizzonti via via più ristretti, se si guarda da sud verso nord, o un cannocchiale ottico accecato, se si guarda all’opposto da nord verso sud, l’installazione prende spunto da momenti storici ben precisi ma, al tempo stesso, è un monito dell’allontanamento dal Mediterraneo e delle sue risorse culturali ed umane per una chiusura che rischia di riproporsi ancora.

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E così l’artista invita il fruitore a scegliere l’ottica, la posizione – fisica e ideologica – da cui guardare verso il Mediterraneo collocandosi  rispettivamente da un lato o dall’altro dell’installazione stessa.

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Come dice lei stessa con una formula sintetica di indubbia efficacia, “la visione è scelta”.

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Foto: Alberto Bravini

Testo a cura di Domenico Iaracà


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