Tradizione e innovazione in dialogo. RefleX di Paolo Porelli e Maurizio Tittarelli Rubboli in mostra al Museo di Palazzo ducale di Gubbio

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Ventinove sculture realizzate partendo da prototipi ottenuti con una stampante 3D, sculture rivestite con un lustro che hanno trovato, nella bottega rinascimentale eugubina di Mastro Giorgio Andreoli e nella ripresa storicistica dell’opificio Rubboli, degli esiti eccelsi. Bastano questi due soli elementi per introdurci immediatamente in un filone di ricerca che, negli ultimissimi anni, sta riscuotendo sempre maggiore interesse, in particolar modo negli artisti che fanno uso della ceramica come mezzo espressivo. Concorsi come la Biennale di Faenza, così come quella di Vallauris, oppure la selezione internazionale operata dalla giuria di Blanc de Chine lo attestano con decisione. Ci riferiamo al rapporto dialettico che vede tradizione e innovazione come due poli distinti ma chiaramente presenti a chi fa ricerca in questo campo.

Paolo Porelli e Maurizio Tittarelli Rubboli, RefleX: figure per riflettere, 2019, particolare dell’installazione di 29 sculture in terracotta a lustro in vernice.

Come leggere l’installazione Pieni a rendere di Paolo Polloniato, installazione recentemente inserita nella nuova sezione permanente che il MIC di Faenza ha dedicato alle ceramiche d’uso, da quelle popolari fino a quelle di design?  Stampi settecenteschi della manifattura Antonibon sono riempiti da scarti di lavorazione. Oggetti  fisicamente pieni, come dice significativamente il titolo, ma funzionalmente vuoti, non più utilizzabili per lo scopo originale. Già qualche anno prima Roberto Renzi aveva utilizzato gli stessi stampi in una suite intitolata Xdence [Decadence], tre imponenti zuppiere, di indicativamente 60 cm di altezza, che collassano progressivamente su se stesse.  Al cospetto di tali opere ci poniamo quindi una domanda: Tale tradizione secolare è davvero destinata ad una inesorabile perdita di significato?

Paolo Polloniato, Pieniarendere, 2018, terraglia e tavolo da colaggio, dimensioni variabili.

Tale preoccupazione non sembra esclusiva dell’area di antica tradizione ceramica di Nove, nel vicentino, Al proposito basta spostare la nostra attenzione alla ricerca di  Brendan Lee Satish Tang. Nella sua opera dal titolo Manga Ormolu Version 2.1-d, ceramiche che riproducono antiche forme e decori cinesi sono unite – schiacciate, saremmo tentati di dire – da  protesi robotiche. Nell’intervista con l’artista condotta da Tyler Nesler in relazione alla mostra attualmente in corso alla C24 gallery di New York, il giornalista parla dell’attenzione dell’artista sulle forme “dell’ibridazione della nostra cultura, materiale e immateriale, mentre esprime simultaneamente l’amore sia per le tecnologie futuribili sia per le tradizioni antiche”, il tutto in un’ottica di ricerca sull’identità individuale.


Brendan Lee Satish Tang, Manga Ormolu 2.1d, 2018, Ceramica e mixed media (47 x 30.5 x 17.8 cm) Foto courtesy  C24 Gallery, New York.

L’irruzione della modernità nelle realizzazioni contemporanee ci porta quasi inavvertitamente alla ricerca di Francesco Ardini e in particolare all’opera ME(EEE),  presentata al cinquantanovesimo concorso Faenza. Quest’opera lascia intravedere un’inaspettata apertura verso le tecniche più innovative. Lo specchio dalla mossa cornice rococò realizzato dall’artista permette infatti di vedersi non solo grazie alla superficie riflettente in platino, ma anche grazie ad un sistema di realtà aumentata. In quest’opera tradizione e innovazione non sembrerebbero in contrapposizione ma concorrono al raggiungimento della scoperta di quel me riflesso dallo specchio, in completa se non addirittura più esplicita continuità con la ricerca di Satish Tang, ovvero nella ricerca della nostra individualità.



Francesco Ardini, ME(EEE), 2014 , 65 x 35 x 5, terraglia forte recuperata dalle forme tradizionali novesi, smalto blu elettrico opaco, lustro platino e decalco. Applicazione su dispositivo e realtà aumentata

Spostandoci ora ad un altro centro di antica tradizione ceramica, in particolare quello di Deruta ci chiediamo se abbia ancora valore il giudizio tranchant che i curatori della mostra del 1989 su Scultura e ceramica  in Italia nel ‘900 hanno riportato nel relativo catalogo. In questa pubblicazione  Pier Giovanni Castagnoli, Fabrizio D’Amico e Flaminio Gualdoni lamentavano una sterile riproduzione e ripetizione di forme e decori tradizionali ormai svuotati di significato. Se tale giudizio aveva allora ragione d’essere per diversi centri di antica tradizione ceramica, in Umbria e non solo,  non lo è certo più ora. Due prove a sostenere quanto detto. Ad esempio, un legittimo riconoscimento all’eccellenza della tradizione torna a poca distanza da questa data, nel 1990, nell’opera di Giulio Busti dal titolo Omaggio a Mastro Giorgio. La qualità dell’opera è indubbia, basti citare la decisione di inserirla nella mostra Sotto il segno dell’ansa del 1991, decisione presa da Giancarlo Bojani, allora direttore del Museo Internazionale di Faenza. La ricerca nel campo ceramico è riuscita e riesce ancora a guardare avanti senza per questo dimenticare le proprie radici e con opere di livello qualitativo elevato.

Le più recenti ricerche tecnologiche, in particolare  il concorso di ingegneri del suono o della luce ci portano alla ricerca di Mario Pompei e, per rimanere nella stessa città di Deruta, a Nicola Boccini, le cui installazioni hanno legittimamente riscosso il riconoscimento nella già ricordata edizione 2019 del concorso Blanc de Chine e nella Biennale di Architettura di Venezia attualmente in corso. Un artista nato e cresciuto nella città di antica tradizione ceramica quale Deruta ha dimostrato di sapersi aprire alla sperimentazione su materiali diversi quali la porcellana, anche grazie a una residenza d’artista tenuta, tra le altre, in centri di ricerca in Olanda. Come ricordato da Claudia Bottini, il risultato raggiunto dall’artista prende nome di  “Porcelain Veins”:  lastre di porcellana Bone China dallo spessore di tre millimetri con fili di rame inseriti quando il materiale è ancora umido, fili destinati a fondresi durante la cottura così che i suoi vapori lascino righe verdi. A queste trame, che spostano il colore all’interno del manufatto e non sopra, come d’abitudine, si aggiungono poi luci e suoni regolati da sistemi informatizzati. Sistemi futuribili svincolati dal presente, saremmo tentati di pensare, se al contrario la registrazione audio che accompagna in particolare Vessel light, opera presentata al 61esimo concorso Faenza, non fosse stata registrata in occasione di un salvataggio nel Mediterraneo.



Nicola Boccini, Vessel light, 2020, 215 x 173 x 40 cm, legno, led rgb, computer.

Quasi a voler chiudere il cerchio eccoci quindi ritornare a RefleX, l’installazione che presentiamo oggi, le cui sculture sono state realizzate anch’esse con l’apporto del centro internazionale di ricerca, su suolo olandese, del Sunday morning European Ceramic Work Center.

Il tema delle sculture ad opera di Paolo Porelli ripropone l’attenzione per la figura umana, oggetto privilegiato dell’arte, seppur qui proposto in figure ibride, cui non è estraneo un tratto onirico, inconscio, in un rapporto dialettico tra maschera e identità che meriterebbe ben maggiore approfondimento. A differenza di quanto realizzato da Alberto Mingotti nella sua mostra Lustri, presentata al MIC nel 2005, non si tratta qui dell’indagine di sentimenti intimi, di “un gioco poliedrico di rimandi ai temi della vita” come ha avuto modo di notare al proposito Bentini introducendo la mostra. Continuando la sua ricerca su figure esemplari, siano esse umane o sovrumane, Porelli sembra procedere alla realizzazione di una ideale “tassonomia”, un catalogo di diversi tipi o eroi. Tema non nuovo, crediamo infatti che lo stesso intento di catalogazione sia già presente, ad esempio, nella serie di sculture in porcellana dedicate agli abiti tradizionali dei diversi paesi campani, opere dalla manifattura di Capodimonte conservate al Museo delle porcellane di Palazzo Pitti, oppure, per arrivare più vicini a noi, nel catalogo di eroi sovietici realizzati, su tela e in porcellana, da Grisha Bruskin, artista già selezionato per il Padiglione russo della Biennale di Venezia nel 2017.


Grisha Bruskin, Fundamental’nij leksikon Part I, 1985-1990, olio su tela, 304 x 220 cm. Collezione Shalva Breus. Courtesy of Intesa Sanpaolo

Alla realizzazione dell’installazione concorre pure il contributo Maurizio Tittarelli Rubboli con i lustri che, come ricordato, sono il vanto dell’omonimo opificio. Lontano dall’utilizzo su opere in stile storicista attestato a suo tempo nell’opificio, tali lustri sono utilizzati da Maurizio Tittarelli Rubboli in opere originali in cui la forma è talvolta mero pretesto, un supporto per le superfici lustrate: ci riferiamo ad esempio alla riproduzione di pietre di origine vulcanica decorate a lustro, quasi sculture informali più che opere dall’intento mimetico.  Altre volte invece le sue realizzazioni hanno rimando più immediato a forme d’uso  e a decori più vicini alla nostra quotidianità. Pur essendo forme a cui potremmo dare il nome di piatto, scatola o vaso, seppur potendo individuare il tema delle decorazioni in animali o ricami, il loro livello qualitativo e la preziosità rimangono tali da farli considerare comunque delle opere tout court, in cui la citazione spazia dalla produzione rinascimentale alle opere dell’arts&crafts di William Morris.

Dopo aver delineato sommariamente le caratteristiche di ciascuno dei due artisti coinvolti nella realizzazione dell’opera,  torniamo all’installazione che si presenta oggi e che, frutto di sinergia, offre qualcosa in più della somma delle caratteristiche di ciascuno dei creatori. Partiamo innanzitutto dalla doppia firma. Riproponendo una specializzazione del lavoro già attestato nelle fornaci rinascimentali, l’opera qui esposta presenta appunto una doppia firma riassunta dalla sigla “Porelli fece, Rubboli iridiò”.  A testimonianza del legittimo vanto di due delle componenti che hanno concorso alla realizzazione dell’installazione, la doppia firma potrebbe in realtà rimandare ben più indietro nel tempo, ad altri esempi eclatanti di specializzazione all’interno di un processo produttivo in cui una sola persona non poteva portare a termine realizzazioni molto complesse. Un esempio fra tutti il famosissimo cratere François, in cui la formula  “Ergotimos epoiesen kai Kleitias egrafsen”, ovvero Ergotimo fece e Klizia dipinse, attribuisce a ciascuno il proprio merito, in particolare al primo la realizzazione di una forma vascolare da un metro e ottanta di diametro massimo e, al secondo, la decorazione che compone una vera e propria enciclopedia mitica.

Frutto della collaborazione contemporanea RefleX, quasi un gioco di parole che evoca sia le superfici riflettenti che la riflessione che ci richiede la sequenza di figure umane .  L’articolato processo nella realizzazione delle sculture – da un’ immagine 3-D ad una madre forma da cui è stato prodotto un stampo di gesso; da questo multipli a colaggio oggetto poi di interventi espressivi destinati a modificarli e personalizzarli individualmente – il complesso iter produttivo non è soltanto tecnico, ma specchio di una profonda riflessione su stereotipo e archetipo.  Porelli stesso, al riguardo dice “Come nei pantheon greci o indiani le divinità sono rappresentate in sequenze e classificati per natura, così le mie figure sono un tentativo a ritroso di ristabilire l’individualità sulla riproduzione stereotipa ricercando il carattere e la varietà concettuale che è alla base degli archetipi e del mito”. L’installazione presenta quindi racchiusi in sé contenuti profondi, alta maestria tecnica uniti ad un esito esteticamente curato, elementi che hanno valso all’installazione la selezione al sessantunesimo Premio Faenza.

Volendo infine trarre una conclusione sulla riflessione condotta dagli artisti sul rapporto tra tradizione e innovazione, per l’installazione in questione saremmo portati ad escludere un giudizio di perdita di significato delle realizzazioni del passato, come intravisto in Polloniato o Renzi. Accantoneremmo ugualmente il tema dell’invasività di un moderno schiacciante e ipertecnologico visto in Satish Tang o Ardini. Per quest’opera, come in parte in diverse delle altre già citate, crediamo ci troviamo di fronte invece a realizzazioni il cui scopo sia quello di interrogarci sul noi, sulla nostra identità, individuale e collettiva, e sul nostro rapporto con l’altro.

Al proposito prendiamo in prestito il nome di un opera di Maria Lai del 2008 Essere è tessere.  Ad una prima lettura saremmo tentati di leggere, nell’azione  fisica del tessere, un presupposto di un conseguente “ergo sum”. Ma dato il suo marcato interesse per una dimensione relazionale dell’arte siamo più propensi a credere che l’attenzione sia rivolta al tessere relazioni come forma attiva del fare arte.  Lo stesso crediamo  poter dire dell’opera Reflex, risultato del concorso di due specializzazioni e competenze diverse, della relazione e nel dialogo tra due artisti e, perché no?, dell’intreccio tra tradizione e innovazione.

Testo di Domenico Iaracà


Contemporary Italian Ceramic – CiC è il primo blog di ceramica diffuso, con uno sguardo alle tradizioni ma soprattutto alle nuove correnti artistiche del panorama Italiano e non. www.contemporaryitalianceramic.com

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