RICERCA CERAMICA CONTEMPORANEA IN GRECIA

Il ricco panorama culturale greco si è arricchito, da tre anni a questa parte, di un’ulteriore opportunità incentrata sul campo della ricerca ceramica. Grazie ad un bando dell’Institut français de Grèce, l’isola di Rodi è sede di una residenza per artisti di formazione diversa che vogliano approcciare la ceramica. In dialogo con la produzione di ICARO, l’Industria Ceramica Rodi Orientale,  e soprattutto all’ombra con la millenaria tradizione artistica greca, i vincitori del bando per l’anno 2021 sono stati Elina Belou dalla Francia,Terpsichore Savvala dalla Grecia e Enzo Formisano dall’Italia. Il testo che segue,  già condiviso nella pagina Facebook di Contemporary Italian Ceramics, viene pubblicato nuovamente qui corredato da immagini che possano offrire rimandi più chiari al testo.

LA CORONA DI ATENA

Pittore di Leningrado (470 – 460 a.C.), Kalpis a figure rosse con Atena e due nikai che incoronano pittori ceramici, Gallerie d’Italia, Vicenza, IT.

All’interno del ricchissimo repertorio iconografico dell’arte greca antica, alcune opere si distinguono per una scelta particolarmente originale, se non addirittura unica. Tralasciato infatti il mondo delle divinità è degli eroi, possibile trasposizione su un livello sovrumano di codici morali e comportamentali da seguire, sono ben più rare, e per questo più celebri, le rappresentazioni vascolari dedicate alla rappresentazione delle attività degli uomini. Ecco quindi il Pittore della Fonderia, con la sua attenzione alla lavorazione del bronzo,  e la kalpis del Pittore di Leningrado con la rappresentazione  di un laboratorio ceramico. 

In un mondo come quello Greco in cui il religioso era capillarmente presente nel quotidiano, la presenza divina è comunque  incarnata da Atena e due nikai che incoronano i componenti del laboratorio e, tra questi, eccezionalmente anche una donna.  L’attività di lavorare la ceramica, ed in particolare il compito di decorarla, grazie al riconoscimento divino assume un’importanza che può essere avvicinata a alla vittoria in una della competizioni panelleniche, ugualmente premiate con la concessione di una corona.

Non stupisce quindi il fatto che, volendo rivitalizzare  la produzione artistica contemporanea, l’Institut francese d’Athenes abbia guardato al mondo della produzione artistica in ceramica per  il suo progetto di residenza d’Artista. Terra d’incontri, crocevia di culture,  il mondo greco in generale e l’isola di Rodi in particolare hanno infatti visto susseguirsi nel tempo eccellenze artistiche tra cui la manifattura ICARO di cui si apprezzano ancora le vette qualitative raggiunte. 

Giunta ormai alla sua terza edizione, la residenza ha quest’anno visto la presenza di tre artisti di Paesi differenti che hanno sviluppato in modo altrettanto unico un loro percorso nella contemporaneità. E questo è avvenuto  partendo da un punto di vista geograficamente e storicamente preciso come l’isola di Rodi, sede della residenza.

Vorremmo quindi partire dalla ricerca di Elina Belou che, attenta all’aspetto grafico e morfologico delle evidenze del territorio, conduce un’analisi su materiali, forme e pattern decorativi. Non ci sono preclusioni di orizzonte cronologico o matrice culturale nell’oggetto studiato e reintepretato: si va infatti dalle pavimentazioni in ciottoli, eredi dei mosaici greci antichi, agli sgocciolatoi sulle facciate delle case, non esenti da influssi dell’ architettura ottomana. 

La reinterpretazione delle pavimentazioni rodie moderne nelle opere di Elina Belou.

Ad una ricerca sulle forme locali se ne associa una sui materiali. Partendo infatti dall’assunto della presenza di laboratori storicamente attestati sull’isola – l’artista parla della fabbrica ICARO in particolare, ma potremmo risalire ben più indietro nel tempo fino ad arrivare alla produzione delle originalissime lekythoi rodie conservate nel museo archeologico – è immaginabile la presenza di cave di argilla sull’isola. Dalla ricerca sul territorio nasce quindi una mappatura puntuale di terreni, argille e, al tempo stesso, un incontro con la natura e la popolazione dell’isola. All’apertura di visuale già accennata se ne aggiunge quindi un’altra, che vede vegetazione, rocce e terreni mescolarsi come possibili fonti di ispirazione.

Elina Belou nell’allestimento delle sue opere. 

Passando poi dal progetto alla sua realizzazione, notiamo la prevalenza della forma vascolare tra quelle realizzate, quasi un omaggio alla forma primigenia del contenitore d’uso che ha visto l’utilizzo della ceramica dalle attestazioni preistoriche ad oggi.  Significativa pure la scelta di utilizzare le terre raccolte sul territorio per la realizzazione di smalti, engobe e terra sigillata. Questa scelta colloca l’artista nella scia delle ricerche sulle argille preistoriche, come quella di Giovanni Maffucci, o della fusione del tufo accostata alle realizzazioni in terracotta nelle opere di Massimo Luccioli. L’uso che ne fa Elina Belou ha però un aspetto diverso. Se dovessimo trovare un parallelo più stretto ci piacerebbe avvicinarlo, paradossalmente, ad un opera molto diversa:  ci riferiamo all’opera di Fotini Stefanidou,  conservata nel  Museo di arte neoellenica. In quest’opera le illustrazioni sugli eventi del 1821 sono realizzate con terra dell’isola di Milos, con un evidente intento identitario. Per Elina Belou, invece, il radicamento è maggiormente legato alla specificità di una terra e delle sue emergenze, siano esse naturali o culturali nel senso più ampio.Se la forma ceramica prevalente in Elina Belou è quella del contenitore, il vaso in primo luogo, quella di Terpsychore Savvala è programmaticamente diversa e, data la sua eccezionalità, indice di una ricerca in un settore ben più specifico. Parliamo della forma dell’epìnetron, un oggetto destinato nella Grecia antica a proteggere le ginocchia della donna intenta nella filatura della lana.

Therpsycore Savvala (la seconda da sinistra) che mostra i suoi epìnetra in occasione della vernice della mostra

Eccoci spostati quindi nel mondo femminile grazie ad un oggetto che rimaneva chiuso nel loro mondo ristretto,  il cui accesso era consentito solo ed esclusivamente alle donne.  E se le donne dei ceti più bassi potevano uscire da casa, quelle dei ceti più alti godevano talvolta di meno libertà. Ciò spiega il ricorrere di immagini di isolamento e lavoro solitario, di segregazione dal mondo esterno in un lavoro condotto nel chiuso di quattro mura. Figura mitica più ricorrente per illustrare tale lavoro e tale segregazione è Penelope intenta appunto  a tessere e ad aspettare. L’epìnetron “è così associato con un’attività che svolgi mentre aspetti. Ulisse che ritorni, la pandemia che finisca”:  questo è quanto dice l’artista stessa con una magistrale padronanza delle parole, oltre che dell’argilla  È spontaneamente a questo oggetto che si è rivolta infatti l’attenzione di Terpsychore Savvala in occasione della chiusura che ha coinvolto tutti noi in occasione del diffondersi della attuale pandemia.  Ma come succede spesso nelle manifestazioni del vivere umano, i simboli della limitazione sono oggetti caricati al tempo stesso della voglia di libertà, l’attesa immobile incubatore di ribellione, Penelope che attende passiva è affiancata dalle amazzoni in battaglia.  L’epìnetron antico prende poi un aspetto nuovo nella sensibilità e nella biografia dell’artista:  corazza, oggetto protettivo in cui braccia incrociate difendono piuttosto che ferire. E la creatività dell’artista sposta e ibrida forme e funzioni  verso oggetti che, nel corso del tempo, hanno svolto la funzione apotropaica di allontanare i pericoli. È l’universale antropologico della dea madre che comincia così a comparire, figura femminile che domina e nutre le forze incontenibili della natura, la “pòthnia theròn” di periodo minoico, la regina delle fiere con capri rampanti ai lati, serpenti nelle mani e seni scoperti a promettere nutrimento.  La superficie dell’epìnetron  si popola così di vasi miniaturistici, di figure mitologiche che scacciano il male mentre nutrono, Madre terra e madre l’artista stessa. Come in tutta la grande arte, dalla poesia  alle arti figurative, l’opera riesce ad essere espressione dei sentimenti più personali e universali al tempo stesso.

È nella mano unita ad un’altra, nel gesto che simbolizza e concretizza l’incontro, che possiamo vedere il filo conduttore profondo delle opere realizzate da Enzo Formisano. Non ci riferiamo a questa occasione soltanto, ma al suo fare ceramica in generale. La sua non è infatti una ricerca personale ma la condivisione di conoscenze, un percorso che, nella ceramica e non solo, mette esperienze a confronto.  La manifestazione che più di altre incarna questo aspetto è quella del ballo tradizionale di cui, per esperienza diretta, ha potuto apprezzare la relazione interpersonale. Sono quindi  le braccia incrociate nel momento del ballo, il concorrere al raggiungimento di un equilibrio complessivo con il contributo di tutti gli elementi che  ricorrono nelle opere realizzate nel corso della residenza. Forte infatti di una pluriennale esperienza nel campo della ceramica, il tema dell’incontro, del ballo in particolare, è oggetto sia di piatti decorati in maiolica sia di cicli di sculture. 

La permanenza sull’isola, unita alla provenienza da una città con forte vocazione turistica quale è Firenze, hanno portato poi ad un’ulteriore riflessione sul contatto, in particolare quello  tra popolazione locale e turisti. Questa riflessione è confluita nel progetto performativo dal titolo Thesauros. In un momento in cui i contatti interpersonali sono sempre più mediati, se non ostacolati, dalle norme per il contenimento della pandemia, l’argilla fresca si fa da tramite e memoria dell’incontro. Grazie alla sua plasticità, l’argilla conserva poi la traccia dell’avvenuto incontro. Ecco  “il corpo positivo e negativo, stampo  e calco” del contatto, usando l’espressione che Miquel Barceló stesso ha usato per definire la sua storica performance al Festival di Avignone. Ecco trasparire anche, in filigrana, il contatto tra l’artista e i passanti ricordato nella performance di Shioya Riota. Ma Formisano non si ferma qui: i piccoli grumi di argilla che nascono dall’incontro prendono forma di moneta, oggetto che per definizione incarna un valore economico riconosciuto. L’artista indaga cioè su cosa costituisca il valore oggi, -la moneta in semplice argilla, o il contatto tra persone?-  e quanto il forte flusso turistico può depauperare un città o un territorio o possa essere, all’opposto, fonte di ricchezza, costituire un tesoro. Se in mostra rimangono le semplici monete in argilla a testimoniare la performance, le immagini video di Olympia Gauget concorrono in maniera imprescindibile alla più profonda comprensione del gesto e delle sue implicazioni.

www.facebook.com/offic.lab/videos/375129711035355

Dal Museo archeologico alla Raccolta di arte decorativa del Dodecanneso, dal cartone con danze greche  del Museo di arte neoellenica alle raccolte private di piatti della manifattura ICARO, molti sono stati gli spunti offerti in occasione della residenza ma, come accennato, molto più importanti sono stati i rapporti interpersonali che hanno concorso alla realizzazione di un esperienza di cui questa mostra è tangibile dimostrazione.  A Sergios Aivazis l’incarico di coordinare gli interventi e le opportunità di incontro di questa terra sempre ospitale e ricca di risorse. Figura preziosa,  imprescindibile mediatrice dell’istituto Francese di Atene a Rodi nella realizzazione di questo articolato progetto  è Aliki Moschis Gauget, Viceconsole  Francese a Rodi. È grazie a lei e al gruppo che l’ha affiancata se, ancora una volta, la dea Atena può incoronare ceramisti al lavoro in terra greca.

Testo a cura di Domenico Iaracà.

Foto e video di Olympia Gauget.


Contemporary Italian Ceramic – CiC è il primo blog di ceramica diffuso, con uno sguardo alle tradizioni

ma soprattutto alle nuove correnti artistiche del panorama Italiano e non.

 www.contemporaryitalianceramic.com

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