Frammenti scarti rovine. Un filo conduttore nell’arte contemporanea?

Si sostiene da più parti che, in un panorama frammentato e multicentrico come quello dell’arte, sia estremamente difficile trovare fili conduttori che possano individuare tendenze del contemporaneo. La presenza però di tre mostre indipendenti su temi in qualche modo avvicinabili ci permettono di sollevare il dubbio che una traccia comune in realtà sia possibile individuarla già. Non solo tre mostre ma, come vedremo, anche artisti la cui ricerca individuale avrebbe potuto a buon diritto essere inserita nel novero di quanti selezionati per queste esposizioni.

Partendo dalla prima delle mostre selezionate ricordiamo Caducità. Il frammento come auto-rappresentazione nella ceramica d’arte italiana, esposizione curata da Irene Biolchini al MIDeC di Laveno Mombello. Quattordici tra artisti e collettivi si sono confrontati con il tema dato lavorando con il materiale ceramico, chi per la prima volta chi, al contrario, nel quadro di una ricerca pluriennale. Filo comune delle opere esposte non sta nella tecnica ma nella reazione, simile per molti versi, al tema proposto o ancora, per dirla con le parole della curatrice, nella “condivisione di una comune esigenza, cioè quella della rappresentazione del sé attraverso visioni parziali.[…] tutte le opere sono accumunate da una tensione verso la conoscenza, la definizione dell’Io tramite la perdita”. E questo attraverso una materia che, nell’immaginario condiviso, è sinonimo di fragilità, ne è quasi metafora. Non potendo scendere in dettaglio a parlare di ogni opera esposta ci piace partire da un primo accostamento tra Ornaghi & Prestinari con il loro secchio di frammenti del quotidiano e, d’altra parte, il crollo di una tradizione secolare nei Pieni a rendere di Paolo Polloniato. Materiale duttile che nel tempo è stato utilizzato per la produzione di oggetti d’uso fino alla realizzazioni di alto artigianato artistico, la ceramica è passibile di un decadimento che la priva da un lato della funzione pratica, dall’altro del ruolo di oggetto di pregio. Ecco spiegata così l’archeologia del quotidiano, lo stratificarsi di frammenti e di storie ad essi collegati in un secchio in plastica qui ironicamente ottenuto in ceramica dal collettivo Ornaghi & Prestinari. Nella loro ricerca l’oggetto della caducità è l’oggi, il singolo gesto quotidiano di ognuno di noi.

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Ornaghi & Prestinari, Cocci, 2017, Collezione MCZ

Ma la caducità non coinvolge solo il quotidiano. Anche una tradizione produttiva secolare può venir meno con tutte le sue risorse e i suoi vincoli. Ecco che gli stampi un tempo motivo di vanto si riempiono inesorabilmente di scarti incoerenti, specchio di una perdita di senso e non solo di funzionalità dell’oggetto. È qui che crediamo di poter trovare parte del significato dei Pieniarendere che Paolo Polloniato aveva già presentato in occasione della mostra celebrativa del sessantesimo anniversario del Concorso internazionale della ceramica di Faenza.

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Paolo Polloniato, Pieniarendere, 2015/2017, courtesy dell’artista.

Prima di distogliere l’attenzione dalla ricca selezione operata dalla curatrice Irene Biolchini non possiamo non ricordare l’opera di Laura Pugno dove l’argilla non ancora cotta svolge il ruolo di protagonista con la sua labilità e flessibilità davanti al mutare delle situazioni, assurgendo a limite e pregio ad un tempo.

Pur avendo abbandonato la selezione di artisti presentati nella mostra Caducità, gli stessi termini di labilità e flessibilità utilizzati per Laura Pugno ci conducono quasi impercettibilmente alla ricerca artistica di Beatrice Meoni. La sua ricerca si concretizza in opere realizzate con più tecniche, frammenti ceramici e di altri materiali sono infatti accostati spesso in assemblaggi, stimolo e pretesto per dipinti su tela. Il percorso non è mai fissato una volta per tutte e gli assemblaggi possono poi essere smontati e ricomposti in combinazioni diverse o al contrario raggiungere una stabilità definitiva. Ai concetti di flessibilità e labilità già accennati desideriamo aggiungere poi quello individuato da Elena Bordignon in occasione di Tra le cose, mostra dell’artista del 2016. Ci riferiamo alla loro dignità di essere rappresentati, nel loro essere parte di un “mistero irriducibile al livello immediato della significazione naturalistica”. Il passaggio dalla materia all’oggetto d’uso può infatti essere percorso in direzione contraria, dando vita ad una costruzione ed una decostruzione continua.

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Beatrice Meoni, Oggetti pittorici, 2017, courtesy Cardelli & Fontana.

La ciclicità cui sottostà l’oggetto, metafora di quella esistenziale di ciascuno di noi, è ancora più accentuata in Nothing as it seems di Alberto Gianfreda. Le sue opere abbandonano la secolare tradizione giapponese del kintsugi che trasforma la frattura dell’oggetto ceramico in un motivo di pregio dovuto in parte alla preziosità dell’oro che rimarca le giunture e dall’altra alla loro disposizione mai uguale e imprevedibile. I vasi in frammenti da cui sono formate le sue opere sono infatti raccordati da catene in alluminio che impediscono che questi si scompongano definitivamente ma d’altra parte consentono loro una flessibilità inimmaginabile nel kintsugi. Il continuo scomporsi e ricomporsi del vaso, una volta superata la sorpresa iniziale del fruitore dell’opera, lascia spazio ad una riflessione sul rapporto forma – natura dell’oggetto: per quanto in frammenti e non più utilizzabile, il vaso rimane comunque tale, risultando così più vincolato alla forma che non alla destinazione. Dai risvolti quasi antropologici poi il progetto “Davanti al futuro” nato nel contesto della residenza London is open del 2018,in cui le opere esposte provenivano da una ricognizione di vasi raccolti nella città di Londra ma con origini e fratture differenti, quasi a costituire lo specchio della quotidianità del melting pot dei suoi abitanti in un momento storico segnato dalla Brexit.

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Alberto Gianfreda, Nothing as it seems, 2017, courtesy dell’artista.

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Vista dell’allestimento di Davanti al futuro presso Estorick collection of Italian Art, Londra 2018.

In un continuo alternarsi tra oggetto d’uso e di decorazione, tra funzione e rappresentazione, arriviamo ora ad un’opera emblematica tra quelle selezionate da Valerio Dehò per l’esposizione Re use. Scarti, oggetti, ecologia nell’arte contemporanea, mostra presentata in più sedi museali a Treviso. Stiamo parlando di Tableau restaurant Spoeri 27 marzo del 1972 in cui l’artista fissa una serie di oggetti quotidiani in uno dei suoi tipici assemblaggi.

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Daniel Spoerrri, Tableau “Restaurant Spoeri 27 marzo”, 1972, Collezione Forin.

La selezione degli artisti operata dal curatore citato copre un ampio arco cronologico e il ricco catalogo che documenta e commenta la sua scelta ci permette di ricostruire il complesso rapporto dialettico intrattenuto con gli oggetti, dalla loro esaltazione e pervadenza nella Pop art e nel Nuovo realismo fino alle reazioni puritane e all’ horror pleni diffusosi a partire dall’inizio degli anni ’60. Non poteva mancare ovviamente uno sguardo retrospettivo sull’inizio del ‘900, periodo in cui gli oggetti perdono la loro funzione per assumerne una completamente nuova collegata alla dimensione intellettuale dell’arte. Ma è sul rapporto tra produzione e sovrapproduzione, tra uso e spreco, che si concentra la riflessione degli artisti cronologicamente e idealmente più vicini all’oggi. Alla casualità degli oggetti fissati da Spoerri si contrappone la studiata ricerca cromatica e compositiva dell’opera di Kounellis, un assemblaggio anche in questo caso, ma che sembra nascondere una ricerca estetica che la distingue dall’opera precedente da cui è separata da poco più di un decennio.

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Jannis Kounerllis, Senza titolo, 1983, Collezione La Gaia, Busca

Bisogna tornare indietro al 1975 per incontrare la serie di Inventario delle culture con cui Claudio Costa studia e documenta le culture primitive, ognuna in una vetrina di legno in cui vengono fissate manifestazioni con interesse definito paleontologico dalla critica. Ecco che gli oggetti d’uso diventano quindi specchio di una cultura materiale, oggetto di tesaurizzazione , oseremmo dire. Molto lontano in realtà dal tentativo portato avanti da Tony Cragg che nei successivi anni ’80 viene ancora influenzato da Rauschenberg e la sua ricerca di oggetti, “simboli casuali abbandonati, delle dimenticanze, delle assenze” come sintetizza magistralmente Valerio Dehò. Presupposti simili tra i due artisti ma realizzazioni apparentemente opposte se l’ oggetto delle realizzazioni di Cragg sono profili urbani, palazzi e grattacieli composti da mattoni di riutilizzo, in un tentativo di costruire ancora. I profili urbani realizzati uniscono la modernità della sagoma all’archetipo di idea di costruzione, di casa, fino ad arrivare a forme che ci permettiamo da accostare alla Ziggurat di Gubbio realizzata da Sol LeWitt nel 1996.

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Tony Cragg, Three modern bulding, 1983, Collezione La Gaia, Busca

Tra gli artisti che si impegnano nel superamento delle forme artistiche tradizionali e procedono alla creazione artistica utilizzando scarti del nostro quotidiano c’è indubbiamente anche Mimmo Rotella con i suoi Decollage. La sua presenza in due mostre diverse ci fa da filo conduttore dall’una all’altra e ci permette quindi di spostarci a dai Treviso alla vicina capitale dell’arte contemporanea, Venezia. All’interno della collezione del museo Fortuny, una ricca selezione di opere ci guidano in un articolato percorso dedicato alle Rovine future o al futuro delle rovine come recita il sottotitolo della mostra Futuruins.

Se il catalogo della mostra trevigiana spaziava dall’inizio del secolo scorso fino alla più stretta attualità, il taglio curatoriale della mostra veneziana prende in considerazione un arco cronologico ben più ampio: dalla rivisitazione moraleggiante delle rovine in età medievale e rinascimentale, come riflessione sulla caduta delle vestigia pagane sostituite dal nuovo ordine cristiano, fino ai capricci barocchi e rococò, il rovinismo romantico spazzato via dall’euforia delle avanguardie crollata, a sua volta, davanti agli orrori delle due guerre mondiali, infine l’oggi a conclusione di questo lungo percorso. Difficile se non impossibile sintetizzare in poche righe un percorso come detto ricco e articolato che gode di prestigiosi prestiti pure dall’Hermitage di San Pietroburgo. In una riflessione che cerca di distinguere le rovine dalle macerie si alternano immagini ed oggetti che spaziano quindi dalle civiltà egizia, mediorientali e precolombiane fino ad oggi. Ma se a prima vista gli spunti offerti sono irriducibili ad un filo conduttore, il considerarli tracce dell’Antropocene ristabilisce la labilità, la caducità delle manifestazioni umane se rapportate alla storia geologica del mondo. Ecco quindi che l’uomo contemporaneo è in grado di lasciare ai posteri avanzi informi in cui resina, argilla e avanzi di componenti meccaniche sono mescolati insieme nell’opera di Beatrice Cenci dal titolo che potrebbe quasi sembrare distopico: Aprile (5007).

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Giulia Cenci, Aprile (5007), 2017, Courtesy SpazioA, Pistoia

Ma la caducità non riguarda solo le nostre creazioni ma anche l’Uomo stesso: composto dello stesso materiale plasmato dal dio creatore della tradizione biblica, ecco che dell’Uomo rimane solo una spalla in argilla combusta, frutto di chissà quale catastrofe, naturale o indotta dai nostri comportamenti insensati. In questo crediamo vada letto il messaggio di Untitled (Shoulder) di Cleo Fariselli.

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Cleo Fariselli, Untitled (shoulder), 2018, Collezione privata, Torino

Spostiamo la nostra attenzione dal corpo al viso. Abbandoniamo infatti la mostra veneziana per concludere questo breve saggio sul rapporto tra arte e rovine con la ricerca ormai pluriennale di Massimo Luccioli. Artista dalla formazione accademica legata alla pittura, ha fatto dell’argilla uno dei suoi mezzi espressivi principali e, all’interno della sua vasta produzione in ceramica, ci concentriamo sulla serie di volti accomunati dal tiolo Eccolo. Il rimando immediato del titolo sembrerebbe essere l’Ecce homo di tradizione evangelica e i tratti a volte barbuti dei visi di cui parliamo sembrerebbero convergere in questa direzione. Non solo: la formazione di questi volti dovuta al casuale depositarsi di frammenti lanciati su un’anima metallica rimarca la fragilità, l’umanità del divino, se mai questo ossimoro può essere accettato. Concludiamo quindi questo percorso con il richiamo alla caducità, tema sviluppato dalla già citata mostra di Laveno Mombello con cui avevamo iniziato queste righe. Il guardare la fragilità fuori di noi risulta così essere ancora una volta una riflessione su noi stessi come la grande arte, non solo figurativa, riesce a fare.

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 Massimo Luccioli, Eccolo 2010, courtesy l’artista.

 

Testo a cura di Domenico Iaracà


Contemporary Italian Ceramic – CiC è il primo blog di ceramica diffuso, con uno sguardo alle tradizioni ma sopratutto alle nuove correnti artistiche del panorama Italiano e non. www.contemporaryitalianceramic.com

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