BACC Biennale Arte Ceramica Contemporanea 2018 – Frascati

BACC 2018 Alle radici del contemporaneo.

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La terza edizione di BACC, la Biennale di Arte Ceramica Contemporanea recentemente inaugurata a Frascati, si presenta quest’anno con un’inedita prospettiva pure sulle esperienze passate, quasi ad introduzione all’indagine sul contemporaneo a cui è programmaticamente indirizzata.

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E non appare casuale la scelta di collocare ben due sezioni sulle quattro di cui andremo a parlare al pianoterra dello spazio espositivo dedicato invece alla più stretta attualità, quasi a gettare un ponte tra i reperti della collezione del Museo Civico Tuscolano e l’oggi. Due sezioni al Museo tuscolano, dicevamo, e due nelle mura tardo ottocentesche della città legate al nome del Valadier che ne aveva redatto un primo progetto.

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Sezioni fisicamente distinte ma non per questo scollegate in quanto sono molti i fili che legano l’una all’altra, prima di tutto il nome di Nino Caruso e, quindi, la volontà di essere promotori di ricerche ceramiche altrui in progetti collettivi, siano l’Etruscu Ludens legato a Sebastian Matta o le Vaselle d’autore legate allo stesso Caruso.   Data questa fitta rete di rapporti appare chiaro come si possa iniziare indifferentemente da una o dall’altra delle sezioni. Partiamo quindi di quella che accoglie il visitatore al suo ingresso nel Museo Civico Tuscolano: nella ricca selezione di reperti che rimandano alla fase romana dell’attuale Frascati, la Tusculum antica, vasellame marmi e stucchi si alternano nelle teche a dar prova di come materiali diversi, e tra questi la ceramica, potessero raggiungere vertici artistici elevatissimi indipendentemente del supporto utilizzato.

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Tra questi reperti un ritrovamento recente, quello di una protome marmorea di un elefante di età romana imperiale. Le dimensioni notevoli e la raffinata lavorazione ce la presentano come un’opera eccezionale a fianco della quale spicca il riconoscibilissimo stile di Luigi Ontani con un suo elefante. Di dimensioni più limitate delle erme monumentali che il pubblico romano ha potuto ammirare all’Accademia di San Luca ma dall’invariata e sfrenata fantasia che colloca elementi apparentemente incongrui sulle sue realizzazioni, l’elefante di Ontani ci si presenta con un naso umano sulla proboscide, riproduzioni di volti di bambini e una misteriosa figura, a cavalcare il pachiderma, con più braccia ma dai riconoscibilissimi tratti del viso dell’artista. La stessa grande teca del Museo presenta poi una selezione di opere della collezione di ceramiche della Banca d’Italia curata dalla Direttrice del Museo, la Dott.ssa Giovanna Cappelli.

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Ciascuna di queste meriterebbe una dettagliata descrizione e parlare di alcune implica necessariamente tralasciare colpevolmente le altre; pur coscienti di questo rischio non possiamo non citare i grandi pannelli traforati di Angelo Baincini, quasi maschere tribali, appesi poco lontano dalle vaselle di Alessio Tasca, in un accostamento che avvicina due nomi imprescindibili per la ceramica italiana. Stima professionale e, da questa, un’amicizia personale profonda hanno portato il nome di Alessio Tasca nel novero degli artisti che Nino Caruso ha selezionato nell’arco di venti anni per celebrare l’apertura del vino novello nella città umbra di Torgiano.

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Questa ricorrenza è stata l’occasione per presentare ogni anno tre artisti di rilevanza internazionale che si sono cimentati sulla forma della vasella, un antico contenitore da vino attestato nella zona, fornendo così lo stimolo per declinare la ricerca ceramica di decine di artisti verso la ceramica d’uso. È un’occasione preziosa questa che ha visto Caruso in una delle sue vesti più profondamente sentite, non solo Maestro dell’arte ceramica ma anche promotore della circolazione delle esperienze più innovative e significative, aspetto che si somma a quello di didatta e divulgatore, sia tramite il rapporto personale sia tramite i suoi preziosi volumi.

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Lasciato il Museo Tuscolano ci spostiamo verso le Mura del Valadier dove due mostre godono della curatela di Lorenzo Fiorucci. Nei saloni voltati di fine Ottocento ritroviamo un ulteriore omaggio a Nino Caruso, questa volta nel ruolo di esperto ceramista. In una lunga carriera con fasi ben distinte – da quella degli anni di Villa Massimo a Roma, alla scultura antropomorfa di fine anni ’50 – quella decisamente più nota è quella più recente, in cui la modularità e la sua leggera variazione contraddistinguono suppellettili e grandi superfici decorative per l’architettura.

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E così lucerne, vasi e piatti della sua produzione sono stimolo e pretesto per una giustapposizione di forme che, leggermente variate, alternativamente concave e convesse, ne coprono le superfici. Così pure nei pezzi in mostra: forme geometriche dal forte impatto tettonico, strutturale, saremo quasi tentati di dire, che svolgono quello che invece dovrebbe essere il ruolo opposto, decorativo ed estetico, avvicinano i suoi vasi a balaustre barocche. Oppure sono onde dall’andamento più libero, quasi naturale a coprire il piede del vaso. Per non parlare di quel capolavoro di inventiva del vaso, esso stesso modulare, che presenta due metà simmetriche ai due lati e che ne richiederebbe uno identico per permettere di ricostruirne l’immagine canonica.

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Con Etruscu Ludens passiamo di nuovo ad occuparci non tanto della ricerca individuale ma del ruolo di promotore di progetti collettivi che hanno visto protagonista, in questa occasione, un altro piccolo centro dall’indiscussa tradizione ceramica, quella Tarquinia che Sebastian Matta definì “l’origine, la preistoria della latinità”. Nei viaggi che portarono l’artista di origini cilene nei più diversi Paesi del mondo, Tarquinia rappresentò per Matta una base, una casa a cui tornare e in cui cercare di rinsaldare le radici artigianali per una ceramica ancora viva. In un titolo che programmaticamente racchiudeva il legame col territorio e le sue origini etrusche da una parte con l’aspetto ludico che riecheggia Huizinga dall’altro viene riassunto un progetto che ha coinvolto diverse figure a cavallo tra competenze artigianali ed esiti chiaramente artistici.

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Di questo progetto rimane traccia nel volume dedicato alla memoria di Nino Caruso e ad un padre della critica artistica quale fu Luciano Marziano, catalogo della mostra tarquiniese riproposta in questa occasione. In una salsa dopo l’altra si susseguono opere scaglionate in un lungo arco cronologico, dalle opere di Matta degli anni ’80, se non addirittura alle figure in terracotta del decennio precedente, fino alle opera di Belli, Luccioli e Calandrini realizzati tra 2015 e 2016, a testimoniare sia le prime realizzazioni del progetto sia gli esiti più recenti. Piatti nelle forme tradizionali riportano l’inconfondibile tratto dei disegni di Matta che il testo critico di Fiorucci ricollega all’automatismo surrealista, ma non mancano opere in terracotta in cui riemerge quell’attenzione alle origini che ha contraddistinto il percorso di Matta. Dalla cultura di chiaro stampo europeo in cui è cresciuto, “l’erranzia” che lo ha condotto a Tarquinia è il grimaldello che scardina le sovrastrutture e lo riporta a quella trama comune che collega le civiltà precolombiane e quelle primitive delle altre zone del mondo. Ecco quindi idoli, figure totemiche me la stessa figura umana in cui la terracotta si mostra come materiale plasmato senza la presenza di superfetazioni o aggiunte.

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Lo scambio di esperienze ci avvicina immediatamente alla figura di Giovanni Calandrini che, con il suo laboratorio di ceramiche, ha costituito il più duraturo esempio di collaborazione e ricerca. A riprova della vitalità degli stimoli innescati a suo tempo, di Calandrini e degli altri artisti in mostra sono presentate opere ben recenti per non dire contemporanee. Così il grande contenitore dalle prese policrome, citazione quasi irriverente delle realizzazioni vascolari antiche, è affiancato ad esempio da Alchimia, figura misteriosa del 2013. Dello stesso arco di anni i grandi pannelli su cui Massimo Luccioli gioca con le cromie naturali dei materiali.

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Tavole su cui intervenire con gesti liberi o sottili tramature, in cui scultura e grafica prendono il posto della pittura a cui furono dedicati gli anni della formazione accademica romana. Nelle opere di Tommaso Cascella un inedito colore azzurro, steso con pennellate veloci, copre piatti su cui troviamo tocchi di nero, solchi graffiti che scoprono la pasta. Altrettanto inedite la forma di piatti o bacili su alti piedi, quasi una rivisitazione delle alzate tradizionali, per non parlare della sua innovativa introduzione del metallo che, solo o combinato con la ceramica, consente la creazione di installazioni di notevoli dimensioni. Ben più ironico l’approccio con cui Luigi Belli si accosta al corpo umano e ai suoi organi interni che, collegati a magneti e coperti da colori squillanti, costituiscono elementi con cui giocare sulle superfici metalliche più diverse. La sua presenza tra gli artisti selezionati pure per gli spazi delle Scuderie Aldobrandini ci riporta infine indietro a questo spazio che ci apprestiamo a visitare.

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Testo di: Domenico Iaracà

Foro di: Paolo Emilio Sfriso ed Evandro Gabrieli


Contemporary Italian Ceramic – CiC è il primo blog di ceramica diffuso, con uno sguardo alle tradizioni ma sopratutto alle nuove correnti artistiche del panorama Italiano e non. www.contemporaryitalianceramic.com

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