IMPRONTE VEGETALI – Intervista a Mara Ruzza curatrice ed artista in mostra alla cattedrale ex Macello Padova – (seconda parte)

Ciao Mara, si è inaugurata da poco la tua ultima mostra collettiva, che ti vede anche come curatrice, presso la prestigiosa sede dell’ex Macello di Padova, ci racconti come nasce questo tuo nuovo progetto espositivo e da quale idea sei partita? Ci racconti qualcosa della tua poetica e della tua ricerca ceramica?

Grazie Evandro Gabrieli per l’intervista e complimenti per il tuo blog, e per il tuo lavoro in campo ceramico che, come sai, apprezzo molto, dal momento che sei tra gli invitati alla mia ultima mostra: Impronte Vegetali.
Per me un progetto curatoriale è un atto creativo e intellettuale che si sviluppa da un interesse personale ed artistico.
Erano anni che coltivavo il sogno di parlare della Natura, intimamente connessa con il progress della mia ultima ricerca tecnica e concettuale, che chiamo Ceramica Organica. 
Una parte significativa di questo percorso proviene dall’osservazione sul campo e dalla raccolta di “impronte” dalla natura e dall’ambiente, dal recupero di residui organici di cui utilizzo la materia e valorizzo la forma scultorea evidenziando l’estetica naturale. Attraverso le tecniche tradizionali per arrivare con tanta sperimentazione, “provando e riprovando” a trovare con la porcellana e con argille diverse un modo personale e originale che possa rendere il mio sentire la natura e fissare nel tempo la bellezza e l’armonia delle forme organiche ri-trovate, che altrimenti andrebbe perduta nel processo vitale. Nella ricerca sono molti i fili che si collegano all’opera prodotta, le risonanze, gli incontri e le coincidenze di pensiero, o sincronicità. Molte suggestioni mi sono arrivate dalle teorie del filosofo e paesaggista Gilles Clément che da oltre un decennio con la sua nuova idea di giardino ha influenzato l’architettura di paesaggio oltre che importanti manifestazioni artistiche contemporanee. Leggendo i suoi scritti ho trovato risonanza con quanto stavo sviluppando, “vedevo” opere, ricerche di artisti, e l’empatia con la nuova etica ha dato concretezza ad un’idea e conferma ad un senso dello spazio che si ritrovano nell’allestimento.
“Il vuoto architettonico contiene un pieno biologico” sostiene Clément che nei suoi libri esorta a prestare attenzione agli spazi non coltivati, a quegli spazi di libera espressione tra un muro e l’altro, tra un edificio e l’altro, dove si conserva e si esprime la riserva di biodiversità. 
Nella Cattedrale ex Macello, suggestiva archeologia pre-industriale, l’allestimento prende spunto dalla disposizione simmetrica dello spazio per far risaltare e convivere due diversi aspetti, opposti punti di vista, della storia del giardino che ha a che fare con il recinto, con i muri di delimitazione. Dalla navata centrale si aprono lateralmente dei “vitalissimi corridoi biologici”, ovvero le installazioni site specific dei maestri invitati. Ecco che lo spazio dedicato ad ogni artista diventa “hortus conclusus” grazie alle pareti/recinto che dividono gli stand, ma nello stesso tempo quelle pareti alludono ai “muri” di delimitazione che nel contesto urbano evidenziano gli spazi residuali, quelle zone che sfuggono al controllo da parte dell’umana “civiltà” e che diventano giardini involontari, nuova idea di paesaggio. La natura spontanea richiama alla mia sensibilità il concetto di libertà e di autonomia, di resilienza, di armonia e di rispetto di cui sento un bisogno vitale.

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Questi concetti hanno improntato anche l’idea di fondo dell’allestimento della mostra?

Certamente, come nel nuovo giardino, rispettando la spontaneità della natura, si modifica il ruolo del giardiniere che segue con più attenzione le istruzioni di spontaneità naturale agendo il meno possibile, interpretando e utilizzando, piuttosto, le energie dei luoghi (G. Clément), così nella curatela della mostra si è dato agio e possibilità ad ogni singolo artista di inter-agire spontaneamente con il proprio spazio per una installazione site specific che mostra il meglio della ricerca artistica e tecnica, volta a rappresentare una personale e originale visione di paesaggio urbano.
Questa predisposizione mette in atto il Wu wei, il non agire o lasciare agire spontaneamente seguendo i processi naturali. Atteggiamento etico e morale dell’antica cultura orientale in cui si affronta il mondo in termini di polarità, sottolineando la relazione di due aspetti opposti ma integrativi, dove l’uno trova nell’altro corrispondenza ed equilibrio. 
Non so se sei a conoscenza che sono una cultrice di arti marziali, certo questa mia formazione interiore ha indirizzato e dirige le scelte artistiche e culturali oltre a quelle di vita, altre suggestioni derivano dalla cultura orientale: paesaggio in Cina viene detto “montagna(e)-acqua”, opposti che si confrontano e si legano, verticale e orizzontale, immobile e fluido, pieno e vuoto, alto e basso… si oppongono e si associano per trovare equilibrio, armonia. Il paesaggio diventa allora gioco di interazioni senza fine tra fattori contrari, manifestazione di energia pulsante, in un gioco di associazione più che imposizione, di partecipazione oltre l’esibizione.

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Con queste precisazioni si legge ancora meglio la tua idea di fondo della esposizione.

Preciso che in “Impronte vegetali” non siamo “davanti al”, ma siamo “tra” il paesaggio, in un’alternanza di contrapposizioni che nell’allestimento all’ex Macello generano movimento, tensione vitale. Si è voluto sviluppare un percorso visivo che potesse far agire queste forze di relazione, far risuonare, nel dialogo tra gli artisti, elementi differenti nell’equilibrio dei poli complementari, valorizzando e sottolineando i diversi aspetti che emergono nelle opere esposte. Il pieno delle installazioni scure, materiche, verticali e concentrate, rimandano ai Giardini verticali, dove la verticalità riafferma la preminenza della vita su ogni architettura connettendo terra e cielo.
Polare e corrispondente il vuoto delle installazioni chiare, lievi e orizzontali .
In corrispondenza visiva di opposti, chiuso e aperto, ricerca del gioco di luci e ombre, dialoghi tra materico e concettuale, levità e pesantezza, materiale e spirituale… il bianco e il nero: al giardino della notte, nell’unica stanza nera – grotta, buio delle caverne paleolitiche, delle grotte artificiali, assimilabile oggi a quello dei sotterranei con i muri scritti dai graffiti – rispondono la luce, il bianco, le lievi forme organiche. 
Nelle opere in mostra si rintracciano altre corrispondenze polari: la catalogazione di frammenti come memoria che permane ma che sottende la traccia di un’assenza, il tema della gestazione delle forme come concentrazione di forze all’interno della terra/seme/bulbo/fiore e la spinta ad emergere nello spazio esterno come ricerca di equilibrio tra opposti, movimento continuo della natura e della vita.

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Quali sono stati i criteri che ti hanno portato a scegliere gli artisti?

L’arte, antenna sensibile in anticipo sui tempi, col suo peculiare linguaggio simbolico e profetico, ha colto il cambiamento sociale che auspica la necessità di migliorare il rapporto dell’essere umano con l’ambiente naturale e in questi ultimi anni esprime con forza sempre maggiore il potere generativo della natura. Pretende uno sguardo più attento, richiama all’importanza e all’urgenza di un nuovo modo di intendere la Terra/Giardino nella contemporaneità. Ho seguito la poetica e l’opera dei quindici artisti invitati, provenienti da regioni diverse, riconosciuti maestri della scultura ceramica nazionale ed internazionale, che contribuiscono con le loro opere a rappresentare una nuova, originale visione del rapporto della natura con la società. Le opere proposte segnalano il potere di invenzione di una natura spontanea e resiliente che spinge ad emergere una grande energia di rinnovamento da processi di stratificazione, trasmutazione, metamorfosi delle materie primordiali, aprendo passaggi inusitati per far fluire il respiro vitale, in tensione verso lo spirito, alla ricerca di equilibrio e armonia.

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Tornando al titolo della mostra, finora hai spiegato l’attenzione al vegetale nella natura, potresti approfondire il concetto di impronte?

Le impronte, che indago dal 2010, sono segno o avvertimento di assenza, registrazione di un momento che è stato fermato nel tempo e nella materia, parte per il tutto, testimoni della molteplicità. Quella molteplicità e frammentazione peculiari della società contemporanea che si riconoscono ribadite dalla ripetizione variabile di singoli moduli nelle interessanti installazioni presenti in mostra. Comune agli artisti di Impronte Vegetali si evidenzia il concetto di polarità, di compresenza di due aspetti opposti e complementari che l’impronta, del titolo, come simbolo, racchiude e specifica. Da una parte la densità della materia, la spinta energica e prorompente e dall’altra l’assenza, il vuoto, che si esibisce come matrice della parte mancante, unicum complementare che si intuisce capace di rioccupare lo spazio da cui si è separato. Vuoti e pieni diventano puro spazio in dialogo nelle opere esposte e nell’interazione con lo spazio architettonico.

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Quale è il messaggio più forte che hai voluto trasmettere attraverso questa collettiva?

Rispetto, attenzione, e consapevolezza del valore delle piccole cose, della diversità, dell’armonia e della potenza dell’insieme. Tutte queste forze, movimenti, ritmi si ritrovano nel giardino, dove si assapora la lentezza, si vive l’esperienza del tempo dilatato. Il tempo della lumaca. Il tempo qui agisce fluidamente, non è sottoposto a pressione né a valutazione economica. Condizione che viene esperita anche dall’artista nel momento creativo e che costituisce esempio, e critica, alla percezione e alla gestione del tempo nelle nostre società.  In questa trama culturale l’esposizione Impronte Vegetali vuole proporre una riflessione sul tema del rapporto tra realtà antropizzata e natura che, sebbene trascurata, soffocata, abbandonata, si ripropone e prorompe vitalmente riappropriandosi di spazi, angoli, ambienti, fessure, a formare un “giardino urbano” anarchico ed esuberante, sorprendente e inarrestabile.

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Quali sono le difficoltà che hai incontrato nel realizzare questa mostra?

Mi chiedi delle difficoltà che ho incontrato nella realizzazione di queste esposizioni. Sono quelle che può immaginare chiunque abbia allestito almeno una personale, solo che si moltiplicano, ovviamente, prima di tutto perché lavorare in un contesto pubblico esige un iter burocratico piuttosto pesante, c’è poi da pensare all’accoglienza di artisti e opere, a un allestimento consono in cui le varie anime degli artisti convivano e dialoghino, alla promozione, al catalogo, e poi c’è la vigilanza…e infine il disallestimento. Detto così sembra semplice ma quando gli artisti sono molti…  Comunque la fatica e l’impegno sono ampiamente ripagati, alla fine, dal piacere che nasce alla vista della mostra colta nel suo insieme… questa ultima, lasciamelo dire, è bellissima e ben articolata, ne sono davvero soddisfatta e vedo che sono soddisfatti sia gli artisti che il pubblico. Nascono poi, o si consolidano, amicizie e scambi culturali, idee per altre mostre, occasioni per organizzare eventi, per vivere l’amicizia e per diffondere l’amore per la ceramica.

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In genere gli artisti, come anche tu sei, sono proiettati verso ottiche individualistiche molto forti, cosa ti spinge a collaborare e confrontarti con altri e ad organizzare eventi che come questo hanno un respiro più ampio e collettivo?

Il mio sogno, il sogno della lumaca, è arrivare – o ritornare – a scambiare pensiero artistico, che è pensiero intellettuale, nel rispetto delle marcate individualità riunendo proposte con uno stesso concept, rafforzando il messaggio che singolarmente andrebbe più facilmente disperso nel frastuono mediatico contemporaneo. L’attenzione a quanto succede nel mondo dell’arte, in particolare nella scultura ceramica, ha indicato i temi delle esposizioni pensate e presentate annualmente alla Cattedrale Ex Macello dal 2010, che hanno rappresentato il grande fermento creativo e la capacità di innovazione della ceramica.  Anche gli artisti scelti per le mostre mi pare rispettino questo modo di sentire, ne nasce un racconto articolato e molteplice, elegante e forte insieme, il cui messaggio si interseca e si rafforza per corrispondenza o contrapposizione, si esalta nella vicinanza, si moltiplica senza contaminarsi. Ringrazio tutti gli artisti: Annalia Amedeo, il gruppo BAUM, Fabio Ciancaglini, Carla Collesei, Carla Francucci, Evandro Gabrieli, Silvia Granata, Giovanni Maffucci, Mirna Manni, Sabine Pagliarulo, Marco Maria Polloniato, Attilio Quintili, Mara Ruzza, Vittore Tascache che hanno reso possibile con le loro opere, questo bellissimo progetto.

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Grazie infine a Mara Ruzza per il tempo dedicatoci, l’impegno e la passione che metti nel divulgare la ceramica contemporanea sia come organizzatrice che come artista, lo staff di CiC è felice di dedicarti l’home page di questo mese!

Intervista a cura di Evandro Gabrieli

Foto: Courtesy degli artisti


Contemporary Italian Ceramic – CiC è il primo blog di ceramica diffuso, con uno sguardo alle tradizioni ma sopratutto alle nuove correnti artistiche del panorama Italiano e non. www.contemporaryitalianceramic.com

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