Dalla pelle al cuore della ceramica. Mirco Denicolò in mostra a Faenza

La mostra di Mirco Denicolò attualmente in corso al Voltone della Molinella di Feanza è un’ennesima conferma, una conferma degli infiniti mezzi espressivi che un materiale a
rcaico e arcano come la ceramica può svelare e, allo stesso tempo, una conferma di come un patrimonio universalmente condiviso, come quello della vicenda di Noè, possa apparire nuovo ed estremamente attuale se la lettura che ne è fatta è quella di un artista disposto a confrontarcisi in maniera non superficiale.

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E tutto ciò nonostante una voluta semplicità di mezzi, a partire da una tavolozza ristretta a tre, se non addirittura due tinte, per non parlare delle forme, semplici tavolette destinate a far da sfondo al disegno della storia. Sta qui, in questa semplicità loquace e gravida di significati, la novità della ricerca e della produzione artistica di Denicolò.

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È difficile decidere se dare priorità alla tecnica di lavorazione del materiale o al contenuto della storia narrata, perché appunto di storia bisogna parlare ripercorrendo il percorso delle tavole in mostra, e quindi cerchiamo stranamente una terza angolazione da cui iniziare  a parlare della mostra, ovvero dalle relazioni di quanti a questa hanno contribuito e da Mirco debitamente ringraziati e ricordati, a partire da quell’artista australiana che, anni addietro, è stata da stimolo ad una ricerca del tutto nuova. E ritornando sui nostri passi da questa angolazione apparentemente eccentrica anche il tema scelto acquisisce una prospettiva nuova: quella storia che ha fatto da tema anche alle nostre filastrocche di bambini appare la vicenda di rapporti e solitudini, di sogni e di incubi che anche l’uomo giusto, uno tra i pochi salvati dalla punizione divina, deve affrontare. E così questo Noè inedito esce dall’arca, dalla protezione che lo porta oltre le onde delle punizione divina, per affrontare  le paure della morte.

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Una vicenda inedita dicevamo, e lo è certamente fin dalle prime immagini in cui l’uomo, stanco, è contraccambiato dell’affetto dagli animali che accudisce con un calore e un sonno condiviso. E così la sagoma umana campeggia sullo sfondo di quella animale in un rapporto in cui le gerarchie sembrano cancellate.

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Ma non è solo il mondo animale quello che condivide la sorte del patriarca: in una sorta di panismo in cui i diversi elementi si fondono insieme, anche le piante si sommano all’uomo e si confondono con questo.  In un percorso in cui l’arca, la protezione concessa da Dio, appare come il grande assente anche le paure, sogni o incubi, riescono a trovare uno spiraglio per far breccia nella mente dell’uomo. E così quegli animali fantastici che animano l’esterno e le acque in cui l’arca si fa strada, questi stessi animali compaiono pure nei sogni dell’uomo Noè, patriarca sì ma anche uomo con tutte le debolezze dell’Uomo.

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Animali, reali e fantastici, e piante animano le prime scene per lasciare poi spazio sempre maggiore ed essere affiancati da oggetti apparentemente incongrui che fanno da contorno alle membra sconnesse dell’uomo. Una linea d’orizzonte unica – chissà, forse un muro a cui si appoggia una scala – unisce anche graficamente l’ultima serie di immagini, un sopra e un sotto alternativamente bianco onero  su cui spicca il volto umano rispettivamente in positivo o in negativo, una labile linea di confine che non impedisce, ad esempio, ad una scala di passare dall’una all’altra.

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Scale, e ceramiche, qui come ne I carpentieri che costruirono la casa dell’angelodel 2016: un repertorio di forme e di oggetti che fanno da filo conduttore nelle storie di Denicolò, come nella presenza di personaggi tratti da un mondo a metà tra l’umano e il divino.

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La stessa linea d’orizzonte continua nel video che chiude l’esposizione e che, con la sue Promenade, giustifica il sottotitolo della mostra: sfumando  dall’italiano all’inglese, un testo ci informa sui diversi possibili modi di ingannare la morte, un testo divertente e divertito, come dice lo stesso Denicolò in cui atteggiamenti contraddittori vengono presentati come possibili escamotage. Testo e musica ci accompagnano così in un percorso in cui le figure si stagliano sullo sfondo chiaro in alto o, all’opposto, sulla parte scura sottostante, per poi terminare con una testa reclinata al termine di un percorso narrativo e, chissà, forse umano del personaggio.

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Segni graffiti incidono i due o al massimo tre strati di colore delle tavolette. Incisioni e cotture si alternano nella lavorazione di questi supporti che, a ben vedere, danno nuova vita ai supporti scrittorei più arcaici giunti fino a noi: pittogrammi in quell’occasione, vere e proprie storie nel nostro caso. Una fitta rete di segni che incide la pelle della ceramica con storie che,  come abbiamo visto, vanno molto più a fondo, al cuore non solo della terra ma anche di chi tale mezzo lo lavora e ne fruisce.

Testo: Domenico Iaracà

Foto: courtesy dell’artista

Info e approfondimenti sull’artista:http://mircodenicolo.blogspot.it


Contemporary Italian Ceramic – CiC è il primo blog di ceramica diffuso, con uno sguardo alle tradizioni ma sopratutto alle nuove correnti artistiche del panorama Italiano e non. www.contemporaryitalianceramic.com

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