Il fuoco come maestro – Antonio Ginto

Ci sono nature più propense ad acconsentire al Caso, vissuto come necessità di ordine superiore. Altri hanno un irreprimibile bisogno di capire, seguire e controllare l’intero processo, non per nevrotica ossessione bensì per l’intima esigenza di dare vita – dal seme all’albero – a qualcosa che sia interamente ad essi riconducibile.

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Antonio Ginto appartiene alla seconda categoria. Non è un caso che non abbia mai fatto un corso ma sempre cercato attraverso fonti dirette e indirette di arrivare autonomamente ai propri risultati. Natura ignea, ha incontrato il raku nel 2003 e dal sacro fuoco della fucina di Efesto è stato guidato negli anni.

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“Il mio è un discorso di osservazione e di studio. Osservazione della natura nelle sue forme, colori, materie. Studio e ricerca di ciò  che da culture e civiltà diverse abbiamo ereditato”, si legge nell’autopresentazione per la mostra Fictilia presso lo spazio DIMA art&designa Vimercate che si è chiusa a gennaio.

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Antonio Ginto dà vita a creature senza tempo. Maestosa, regale, l’ultima produzione ha i lineamenti di antiche giare orientali. Armonie di forma, pelle e colore che ammutoliscono, parlano direttamente allo sguardo incantato. Sulle prime è la forma e la dimensione che soggiogano, poi l’occhio si ridesta e si fa acuto per seguire la superficie nell’infittirsi dei reticoli e nelle sue radure, quasi a leggerne i segni di una scrittura arcaica. Poi, sempre con la tecnica raku, Ginto crea gioielli (collane, orecchini) che assembla personalmente con elementi di ottone, rame e oro.

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Gli stessi luminosi bianchi, turchesi, blu, accostati all’oro in terzo fuoco,concorrono a un’eleganza severa in cui il ricordo di antichi monili sopravvive in un design contemporaneo.

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Il laboratorio è piccolo, pieno di stampi in gesso, arnesi di ogni genere, luci. Qui si realizzano le forme. Per smaltatura e cottura si deve uscire. Si scende lungo un declivio erboso a lato della casa – siamo a Olgiate Molgora nella Brianza lecchese – e si arriva in un angolo molto giapponese (scusate l’immagine stereotipata) con un piccolo capanno in legno e una tettoia con il forno. Al coperto si smalta, rigorosamente a spruzzo, a lato si cuoce.

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La tua “tecnica” è il raku. Cosa ti ha rapito e ti ha tenuto fedele negli anni?

Rispetto ad altre tecniche il raku continua ad attrarmi per la possibilità di intervenire in cottura fianco fianco col fuoco. Reagisco sempre quando sento che il raku è la celebrazione del casuale, dell’imprevisto. Il raku chiede una rigorosa ricerca di controllo, o quantomeno è come lavoro io. Uso argille bianche e tratto le superfici in modo diverso a seconda dello smalto che devono ricevere, levigando o ingobbiando. Faccio sempre queste premesse alle persone che vengono qui a cuocere i loro pezzi. La tonalità e il trattamento della superficie che riceve lo smalto è fondamentale. E questo lo guadagni prova su prova, cottura dopo cottura, è un apprendistato di anni fatto di passione, crisi, equilibri provvisori.

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I tuoi pezzi sono impegnativi anche perché sono progetti complessi che prevedono un assemblaggio con altri materiali come il legno. Realizzi tu anche le strutture?

Ho provato ma se non sei un professionista del settore non arrivi nemmeno a certi legni. Ho trovato finalmente la collaborazione di un falegname che lavora molto bene utilizzando legni pregiati, ma anche la messa a punto del supporto più adatto richiede da parte mia un grande investimento di tempo.

Il gioiello è un’altra tua importante espressione. Dove si esprime qui il tuo rigore? Quali sfide presenta?

Rendere i pendenti e gli orecchini sempre più leggeri lavorando con pezzi cavi grazie agli stampi. Scegliere il filo placcato oro al posto dell’ottone che col tempo tende ad annerire. Ultimamente sto provando la cottura in terzo fuoco con l’oro perché ho scoperto che i riflessi metallici del nitrato d’argento tendono a svanire a contatto con l’acidità della pelle. Ho trovato un particolare effetto dell’oro, quello “strappato”, che lo mette in dialogo con il craquelé dello smalto. Passaggi poco appariscenti ma che costano lavoro e mi permettono di migliorare sempre di più. È questo dialogo interno che mi appassiona.

Una storia non è conclusa se non racconta anche miticamente l’inizio. Come sei arrivato al raku? E quando hai fatto il passo professionale?

Dopo 27 anni passati a lavorare per una grande azienda di stampa della bergamasca facendo la spola tra Bergamo e Milano come intermediario tra le redazioni e i reparti di stampa, stritolato da tempi sempre più stressanti, 5 anni fa ho deciso di chiudere e dedicarmi interamente al raku. È stata mia sorella, oggi scomparsa, a farmelo scoprire, mi ha stregato casualmente nel 2003 e non l’ho più lasciato. Un caso che è diventato destino [sorride].

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Testo e foto: Barbara Bordato


Contemporary Italian Ceramic – CiC è il primo blog di ceramica diffuso, con uno sguardo alle tradizioni ma sopratutto alle nuove correnti artistiche del panorama Italiano e non. www.contemporaryitalianceramic.com

 

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