“Il museo geniale”

Il Museo Opificio Rubboli, nella città umbra di Gualdo Tadino, si trova in un vicolo del centro storico, all’interno di un quartiere un tempo occupato da orti e conventi che ancora mantiene l’assetto e la viabilità di origine medievale.

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Negli anni ottanta del XIX secolo il ceramista Paolo Rubboli, nativo di Fiorenzuola di Focara, nei pressi di Pesaro, fece costruire in questo luogo un edificio adibito a manifattura di ceramica che inizialmente prevedeva solo pochi ambienti, venendo poi ampliata progressivamente fino agli anni venti del XX secolo.

Si trattò della sede definitiva dell’opificio che precedentemente aveva operato in due conventi, rimasti a disposizione della municipalità dopo le espropriazioni postunitarie, San Francesco e San Nicolò.

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In quello stesso spazio si sviluppa attualmente il museo, dove la collezione, posta in una serie di vetrine di gusto essenziale, è circondata da strumenti di lavoro, stampi in gesso, alcuni mobili dell’arredo originario, insieme a vecchie fotografie di famiglia – in forma di light boxes – e a diversi disegni e cartoni impiegati nel lavoro.

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Ma cosa produceva l’Opificio Rubboli di cui il museo intende ripercorrere la storia in situ?

Qualcosa che circa un secolo e mezzo fa rappresentava una vera sfida per molti ceramisti, cioè la maiolica a lustro.

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L’ossidoriduzione ottenuta al terzo fuoco in medio oriente nella seconda metà del primo millennio e successivamente diffusasi attraverso l’Africa mediterranea fino alla Spagna meridionale, divenne una pratica tipica della maiolica italiana durante il Rinascimento, con i suoi esiti più noti nella bottega di Maestro Giorgio Andreoli a Gubbio.

I lustri italiani e spagnoli del XV e XVI secolo furono molto ricercati e collezionati nel corso dell’Ottocento, ricevendo un’ammirazione reverenziale, dovuta al fatto che nessuno in quel momento li producesse più.

Tale tendenza stimolò la ricerca di alcuni ceramisti che intendevano raggiungere i risultati dei riflessi metallici rinascimentali, non più ottenuti da circa tre secoli.

Paolo Rubboli e sua moglie Daria furono dei veri e propri pionieri del lustro ottocentesco, applicato a maioliche di uno stile chiamato storicista per il gusto retrospettivo nelle forme degli oggetti, nelle figurazioni e nell’apparato ornamentale, oltre che nella tecnica del lustro definito mastrogiorgesco.

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Il percorso museale, procedendo da un ambiente all’altro dell’opificio, di cui rimane ben visibile la destinazione produttiva, documenta attraverso opere eseguite negli stessi ambienti in cui si trovano attualmente esposte, le varie fasi della manifattura, dagli anni settanta dell’Ottocento fino alla seconda metà del Novecento.

Si tratta della testimonianza unica di una bottega specializzata nella maiolica a lustro, perfettamente preservata dopo il restauro conservativo messo in atto.

I forni a muffola ottocenteschi poi sono i soli rimasti di un periodo molto importante per la storia della ceramica, costruiti seguendo letteralmente le indicazioni di Cipriano Piccolpasso nel suo trattato del 1558, Li Tre Libri dell’Arte del Vasaio.

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Le opere sono accostate ad alcune presenze di altre manifatture con le quali Paolo, Daria e i loro eredi hanno avuto contatti o si sono confrontati, nell’individuazione di un contesto culturale più esteso cui ascrivere la produzione dell’opificio. Troviamo così alcuni pezzi delle ditte Ginori, Miliani, Farina, Chini, Cantagalli, De Morgan, Salamandra, inseriti nella raccolta, in accordo con la cronologia espositiva.

Il contrasto sensoriale tra lo spazio reso opaco dall’ attività di oltre cento anni e lo scintillare delle maioliche a lustro nelle teche, è sicuramente un effetto suggestivo, come quello delle pareti annerite nei locali delle muffole in cui tutto sembra rimasto fermo nel tempo, dalle fascine al cacciabrage, come il Piccolpasso chiamava l’arnese usato per radunare la brace.

Il fatto che l’opificio sia così preservato si deve a un tipo di Weltanschauung che è possibile condensare attraverso il motto riportato in un piatto commemorativo per il centenario della Ditta Rubboli nel 1973, Immotus in Motu. Ciò sta ad indicare la ricerca della qualità tecnica che non deve variare nel tempo, ma anche un atteggiamento tradizionalista rispetto alle tendenze dello stile.

Infatti nel corso delle varie fasi della manifattura la vocazione originaria rimane costante, anche se in alcuni casi compaiono esiti più sperimentali, come nel decennio (1920-1931) in cui la ditta mutò denominazione e ragione sociale, divenendo SCU (Società Ceramica Umbra). In tale periodo fu attivo presso la Rubboli l’artista eugubino Aldo Ajò che lasciò la sua impronta estrosa e originale nella produzione della manifattura, aperta alle linee déco e all’interpretazione modernista di una tecnica così antica.

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Il Museo, gestito dal Polo Museale di Gualdo Tadino, per conto del Comune e dall’Associazione Culturale Rubboli, ospita anche alcune opere contemporanee, come la serie di lavori ideati da alcuni designers – tra i quali Sergio Calatroni, Antonella Cimatti, Luca Degara, Marino Guerritore, Ugo La Pietra – e realizzati a lustro da Maurizio Tittarelli Rubboli, pronipote di Paolo e Daria oltre che artista visivo, designer e conservatore del museo. Le opere appartengono alla sezione Tradizione Contemporanea della prima e finora unica Triennale della Ceramica d’Arte di Gualdo Tadino del 2009, a cura di Nello Teodori e Carla Subrizi.

È il caso inoltre di menzionare tre pezzi di Alan Caiger Smith, una ciotola, una brocca e un bicchiere. L’artista e ceramista inglese, conosciuto soprattutto come studioso e principale esperto della tecnica del lustro, è anche Presidente Onorario del Museo.

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Un’altra nota contemporanea riguarda un piatto in terracotta e bitume esposto nella sala del riverbero – il locale dei forni a muffola ottocenteschi – di Bruno Ceccobelli ispirato alla figura del fondatore della manifattura e intitolato Giovane Innocenza.

L’Associazione Culturale Rubboli, dall’apertura del Museo, il 15 gennaio 2015, ha organizzato, oltre a pubblicazioni e acquisizioni, alcuni eventi, come cotture nei forni a muffola, giornate del FAI, visite tematiche e il convegno Anatomia di una lettera, nel quale la lettera di Paolo Rubboli indirizzata al Comune nel 1878, è stata sottoposta a un’originale analisi da parte di esperti in vari campi, come ad esempio quello storico, economico, artistico, antropologico e psicologico.

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Si può intendere questo museo come un frammento di microstoria o un episodio delle arti applicate, ma l’energia della vita reale lo rende altresì fonte inestimabile di riflessione e interesse.

Testo di: Marinella Caputo

(Curatrice del Museo Opificio Rubboli)

Foto di: Evandro Gabrieli

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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