IL LINGUAGGIO DELLA DEA Materia restituita alla luce

La CASA DELLE DONNE a Firenze ribadisce il suo ruolo di contenitore di esperienze diverse e, proprio per questo, davvero significative, esperienza che contribuiscono a definire l’essere donna, tanto più oggi, in un momento in cui i ruoli che esse stesse si sono date si sono arricchiti ancora. Chiamato anni ad introdurre una mostra di opere dello scultore Andrea Meneghetti – mostra significativamente intitolata dall’artista Le nuove Afroditi – ho già avuto avuto occasione di evidenziare che le definizioni possibili sono molte, moltissime, ed il tentare di elencarle tutte potrebbe farci incorrere nel rischio di essere pleonastici e al tempo stesso non esaustivi. La mostra a cui accenniamo aveva poi una caratteristica che la distingue enormemente da quella attuale: era un artista che guardava al mondo femminile dall’esterno, mentre quello che introduciamo qui è un evento in cui sono loro stesse a presentarsi al pubblico, in alcune delle diverse forme possibili in cui la loro creatività si esprime, dalla danza, accompagnata da versi di poesia, alla manipolazione dell’argilla.

Un lavoro pensato con attenzione che potremmo riassumere nella parole stesse di Giuliana Dini, curatrice e organizzatrice dell’evento:

La nostra intenzione è portare l’attenzione, per mezzo del corpus della ceramica, ad una riflessione verso il femminile, evidenziando nell’argilla e nella sua lavorazione, la riappropriazione di un materiale che non è solo destinato ad un uso anonimo ma rivendica, tramite la consapevolezza delle sue forme, una elevazione del gesto quotidiano, del suo approccio sociale, storico e contemporaneo anche a livello semantico; nonché una proprietà di plasmabilità che si idealizza nella creatività femminile. Il desiderio di comprendere i volti dell’universo femminile attraverso una pluralità  di immagini ci ha portato a dialogare con il nostro fare di “TERRA e di FUOCO” che sarà in relazione con un intervento di danza e poesia.  

Omaggio al lavoro di queste artiste, la parole scelte da Carlo Pizzichini, che riportiamo integralmente qui di seguito sotto il titolo scelto da lui stesso: IL LINGUAGGIO DELLA DEA, Materia restituita alla luce.

Un gruppo di ceramiste toscane, artiste e appassionate della materia, si raccoglie intorno a una ricerca comune che oltrepassa i confini tradizionali della ceramica per incontrare il corpo, la danza e la dimensione rituale della performance. Le loro opere nascono da un’esperienza condivisa, ma conservano la singolarità di ogni voce, di ogni gesto, di ogni differente modo di abitare il mondo. Sono presenze autonome che si avvicinano, si ascoltano e si riconoscono, trasformando l’atto creativo in uno spazio di relazione e di consapevolezza. La terra è il principio del loro cammino. Materia antica, umile e generatrice, essa custodisce la memoria delle mani che l’hanno toccata e delle civiltà che l’hanno trasformata. È corpo primordiale, sostanza ancora priva di forma, ma già colma di tutte le forme possibili. Accoglie l’impronta, la pressione delle dita, la carezza, la ferita; trattiene il segno e lo consegna al fuoco, affinché ciò che è fragile possa diventare resistente, ciò che è opaco possa acquistare luce. In questo passaggio si compie un processo quasi alchemico. Terra, acqua, aria e fuoco non sono soltanto elementi fisici, ma stazioni di una metamorfosi interiore. La materia viene plasmata, essiccata, attraversata dalla fiamma e infine restituita in uno stato nuovo: non più semplice argilla, ma presenza. Il fuoco distrugge la precarietà della forma cruda e, nello stesso tempo, la consacra. Brucia, trasforma e rivela: come nell’antica alchimia, la trasmutazione della materia diviene immagine di una trasformazione spirituale: un cammino dalle zone oscure della coscienza verso una possibile luminosità. Anche il corpo partecipa a questa metamorfosi. Il gesto della ceramista — premere, incidere, avvolgere, sollevare — si prolunga nel movimento delle performers e delle danzatrici. Le mani che modellano la terra sono le stesse che disegnano lo spazio; i corpi diventano forme vive, vasi simbolici, custodi di memoria. La danza rende visibile ciò che la materia trattiene in silenzio, mentre la ceramica offre al movimento una durata, una traccia capace di resistere al tempo. Presenza, regalità e gesti antichi riportano la figura femminile a una dimensione originaria e sacrale. Prima che la storia la relegasse ai margini, la donna fu immaginata come madre, dea, sacerdotessa, custode del fuoco e dei cicli della natura. Nelle antiche figure di Demetra, Persefone, Gea, Artemide ed Estia si riconoscono la fertilità, la trasformazione, l’indipendenza e la protezione della fiamma domestica. Ma questa regalità non è nostalgia di un passato mitico: è una forza che ritorna nel presente, attraverso corpi reali, esperienze vissute, fragilità e resistenze. La bellezza che emerge da questo percorso non è decorazione né compiacimento, è una bellezza inquieta e consapevole, attraversata dalle contraddizioni della storia. Per secoli, infatti, le donne hanno lavorato nelle botteghe, nei laboratori e nelle manifatture, dipingendo, modellando, tessendo e decorando, ma spesso le loro opere sono rimaste anonime, attribuite a maestri, padri, mariti o officine. E quando alle donne veniva concesso di creare, erano frequentemente indirizzate verso le cosiddette arti minori: la ceramica, il tessile, il ricamo, la decorazione. Ambiti considerati compatibili con la loro presunta natura domestica e, proprio per questo, posti dalla cultura ufficiale su un piano inferiore rispetto alla pittura, alla scultura e all’architettura. La ceramica porta dunque con sé una duplice marginalità: quella di una materia a lungo confinata nell’artigianato e quella delle donne che, pur avendola profondamente rinnovata, hanno dovuto lottare per essere riconosciute come artiste. Eppure proprio questa materia, così vicina alla casa, alla tavola, alla cura e alla quotidianità, è diventata nelle loro mani uno strumento di emancipazione. Ciò che era giudicato minore si è rivelato capace di esprimere il monumentale, il politico e il sacro. Cito solo l’esempio di Lucie Rie (1902-1995) che trasformò l’esilio in una nuova possibilità creativa. Costretta ad abbandonare Vienna a causa delle persecuzioni naziste, giunse in Inghilterra senza il prestigio che aveva già conquistato nel proprio Paese, e dovette ricominciare quasi da zero. Dai piccoli bottoni in ceramica prodotti durante gli anni della guerra nacque un percorso che l’avrebbe condotta a diventare una delle più importanti protagoniste della ceramica del Novecento. Le sue forme sottili, essenziali, percorse da smalti e segni vibranti, dimostrarono che il vaso poteva essere insieme oggetto e pensiero, misura domestica e forma assoluta. Le artiste di questo progetto raccolgono idealmente l’eredità di storie come queste e la conducono nel presente. Non cercano soltanto di rappresentare la donna: intendono restituirle presenza, parola e centralità. Attraverso la ceramica, le forme, i colori, il gesto, la danza e la relazione tra i corpi, rendono visibile ciò che troppo spesso viene
taciuto: la violenza fisica e psicologica, la discriminazione professionale, la disparità e l’esclusione, ma anche quella forma più sottile di violenza che consiste nel cancellare i nomi, nel trasformare un’artista in una semplice “musa”. La loro azione non nasce tuttavia soltanto dalla denuncia. Accanto alla ferita, si manifesta la possibilità della cura; la terra conserva le cicatrici senza vergogna: le integra nella forma e le consegna al fuoco, affinché diventino parte della sua forza. In questo senso, la ceramica è metafora della condizione umana e, più profondamente, dell’esperienza femminile: vulnerabile prima della cottura, resistente dopo aver attraversato la fiamma; capace di spezzarsi, ma anche di custodire, nutrire e generare nuove forme. Ogni opera diventa così testimonianza di una trasformazione possibile. Ogni gesto afferma che la fragilità non è debolezza e che la sensibilità non è sottomissione, ma una forma profonda di conoscenza. Questo gruppo di ceramiste toscane entrano nella materia come in una memoria comune. Le loro mani interrogano la terra, i loro corpi attraversano lo spazio, le loro opere compongono una costellazione di presenze. Dall’oscurità del forno emerge una luce che non cancella le ferite, ma le rende visibili e le trasforma. È la luce di una regalità ritrovata, non concessa da altri, ma riconquistata attraverso il gesto creativo. La terra e il fuoco restituiscono così alla donna le sue qualità divine: la capacità di generare, trasformare, custodire e rinascere. E l’arte diviene rito di passaggio, presa di coscienza e atto politico; una voce collettiva capace di attraversare il silenzio della storia per affermare, finalmente, una presenza che non può più essere negata.

Milano 29 settembre 2026 Carlo Pizzichini

Riportiamo qui in calce una galleria con le foto di alcune delle opere esposte.

UMI AMANUMA, Dialog, gres chamottato forma modellata a mano, cottura a 1200°
MARTINA BUZIO, Within, paper porcellana, cristallina colorata, cottura a 1250°

DEBORA CIOLLI, Viaggio con te, gres modellato a lastra e a mano, pigmenti, smalto alla cenere di tè, ingobbi e oro

GIULIANA DINI, Antares, argilla ingobbiata e cristallina, monocottura in riduzione di ox in forno a legna, cottura a 980°
SARA FEDERICI, Cloud vases, gres chamottato, forme modellate a mano, cottura a 1280°
PERLA GUIDOTTI, Maternità, gres in varie colorature, neriage modellata calco e a mano con stampi autoprodotti, cottura a 1200°
CARLA MAJORANO, Soffione, argilla rossa, forma modellata a mano, ingobbio autoprodotto, decoro inciso e intagliato, smalto e cristallina, cottura a 970°
NICOLETTA MALAVOLTI, Orcio, argilla rossa modellata al tornio, maiolica dipinta dipinta a mano in stile savonese, cottura a 970°
SANDRA PELLI, Torre di Babele, porcellana modellata al tornio e a mano, cristallina cottura a 1300°
RAFFAELA RIZZO, Sentire il vento, Piatto in argilla rossa, maiolica smaltata e dipinta a mano, cottura a 970°
ANKIE VAN DER LINDEN, Pensiero, gres rosso chamottato modellato a mano, smalto autoprodotto, cottura a 1235°
ELISABETTA TIZIANA VILLA, Ochiba iro, gres e argilla di Amelia, cenere di mandorlo ,olivo e castagno, cottura a gas a 1280°

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