BACC 2018 Dialogo tra Italia e Spagna sulla ceramica in continua mutazione. (parte seconda)

Dalle stratificazioni di lontane ere geologiche nelle lastre di Angela Palmarelli alle più recenti interazioni digitali nelle opere di Vincenzo Marsiglia, dai diverstissement di Raffaele Fiorella allo scavo nella memoria operato da Serena Zanardi: bastano questi pochi accenni per cogliere immediatamente la duttilità di un materiale come quello ceramico e la poliedricità di risultati ottenuti dagli artisti che ne fanno uso, artisti selezionati per la terza edizione della Biennale d’Arte Ceramica Contemporanea di Frascati. Ben più ampio è poi lo spettro, la varietà di quanto esposto se si accenna pur brevemente ai ben dieci artisti italiani e agli altrettanti colleghi spagnoli che, per la prima volta in questa manifestazione, gettano una luce pure sulla ricerca oltre i confini nazionali. Sotto  la curatela di Jasmine Pignatelli e Juan Carlos García Alía ben venti artisti si trovano quindi a confrontarsi  e a dialogare su un materiale e i suoi molteplici possibili utilizzi. Ma queste parole non vanno intese come introduzione ad una esposizione “di settore”, ma ad un biennale d’arte a tutti gli effetti, come vedremo a breve.

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Partiamo quindi dalla già citata Angela Palmarelli e la sua installazioneRitmiti.  Una fitta rete di solchi tipica delle formazioni geologiche richiamate dal titolo si presenta come un codice binario di vuoti e pieni, quasi una arcana chiave di lettura dell’esistenza. Un approccio che rifugge dalla mimesi, dall’imitazione, per lasciar trapelare una dimensione più profonda, come evidenziato dalle parole della presentazione critica di Eva Clausen. La ricerca dell’artista si allontana dalla transitorietà dell’esperienza umana per rivolgersi ad altro, ad eventi  in cui l’Uomo è ben poca cosa se rapportato ai tempi geologici e alla loro portata, con la conseguente presa di coscienza delle limitatezza di un Homo faberdavanti ai misteri dell’esistenza.

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Natura e Uomo sono i poli su cui ruota pure l’installazione di Giovanni Gaggia con Unuspapilioerat. Artista dedito all’arte performativa e alle installazioni arriva alla ceramica dopo aver lavorato con i materiali più svariati, dal tessuto alle carta, da oggetti ready made e soprattutto il corpo, suo e non solo. L’approccio alla ceramica arriva come alternativa al vetro, una ricerca forse su materiali duttili e allo stesso tempo fragili. La sua attenzione è rivolta all’Uomo, dicevamo, e un cuore umano è oggetto dell’intervento dell’artista che prima lo apre per svelarne la forma di farfalla e poi lo ricuce su se stesso, percorso inverso al ciclo vitale della farfalla evocata dal titolo. Dall’uomo alla farfalla, quindi dall’individuo alla Natura nel disvelare l’immagine nascosta nel cuore e poi di nuovo indietro, una farfalla che si richiude in un ciclo inesausto. Di questi passaggi uno è cristallizzato dalla forma in ceramica, bianca e quasi algida in questo caso, ma aperta ad altri sviluppi e tecniche ceramiche su cui l’artista sta già lavorando.

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Ceramica quindi, ma solo come uno dei tanti mezzi espressivi , quasi un supporto tra gli altri possibili nella ricerca artistica di cui riportiamo altri esempi. Di  notevole impatto e immediato ipnotico coinvolgimento  la ricerca della spagnola MaríaOrizaPérez in cui il passaggio dalle superfici piane al volume della scultura è guidato e sviato al tempo stesso della fitta rete di linee che coprono le superfici. Forme aperte ci rivelano poi che il tratto non segna la superficie ma ne traversa la materia in realizzazioni che le sono valse l’iscrizione all’Académie Internationale de la Céramique.  Quasi obbligato il passaggio dalla sua opera Erebo a quella di Cristiana Vignatelli Bruni. Pur in realizzazioni molto diverse l’una dall’altra, non è il singolo elemento ma la sua relazione con gli altri, l’insieme,  a costituirne il messaggio; e se in Cinderella’sdream le sagome di scarpa sono accatastate apparentemente senza ordine, una sequenza di occasioni mancate fino all’individuazione di quella giusta, in Core gli elementi leggermente variati hanno ragione di esistere solo nella posizione loro assegnata, un divergere da un centro verso l’esterno millimetricamente calibrato ripreso pure dalle leggere variazioni cromatiche. Si concretizza così quel delicato equilibrio che altrove è invece sostanziato dalla mescolanza di suoni che caratterizzano le installazioni sonore interattive della sua ricerca più recente.

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Elementi individuali ma funzionali ad un discorso complessivo sono pure quelli che costituiscono Prove per una lunga attesa di Raffaele Fiorella. Piccole sculture in terracotta si rifanno alle tipologie che Oliver Sacks aveva individuato nel suo volume L’uomo che scambiò la moglie per un cappello. Ma pur trattandosi in quella sede della presentazione di casi clinici non è comunque estranea una certa sorpresa, quasi un sorriso di quanti, avvicinandosi alle sue realizzazioni, se ne lasciano momentaneamente trasportare dall’inventiva. Non ininfluente poi il coinvolgimento personale dell’artista che distribuisce queste figurine in luoghi per lui significativi in un dialogo in cui creazione artistica e vita personale interagiscono.

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Dai corpi umani, seppur visti  attraverso le lenti deformanti della psicopatologia, ai loro arti disconnessi nelle installazioni di Dunia Mauro. Sono le sue gambe ad animarne le sculture, gambe che spingono un rullo compressore più grandi di noi, novello supplizio di Sisifo; sommersi da masse informi o al contrario ad emergere  da parallelepipedi che solo alla fine le lasciano libere di cadere al suolo, come in Toweringlegs, l’installazione esposta in mostra. Arti che condividono la sorte dei corpi a cui appartengono, costretti ad azioni definite difficili o nulle, specchio dell’alternarsi di vissuti diversi, siano essi gioie o dolori. Sono realizzazioni queste che danno forma ad una delle due linee di ricerca personale dell’artista a cui non è estranea una attenzione per le installazioni video e foto in cui animali in plastica sono coinvolti in discussioni su temi esistenziali, in un altalenare di toni dall’ironico al drammatico.

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Il materiale utilizzato fin dalle età più antiche per scopi costruttivi non poteva sfuggire alla riproduzione di forme architettoniche e, tra gli artisti spagnoli, due presentano opere da una forte componente tettonica, a partire da Juan Ortì la cui piramide a gradoni presenta un’inedita sezione circolare. Confrontata con questa appare ancora più evidente l’effetto destrutturato della Formasabatidas di Gregorio Peno in cui il corpo dell’oggettoè schiacciato dal peso della sue parti sommitali. Ma la ceramica gode pure di una tradizione millenaria che rappresenta un enorme bagaglio di tecniche e saperi ma anche un repertorio iconografico e di forme con cui si confrontano spesso gli artisti. Da una base simile ma su versanti diversi si muove la ricerca di Eva Hide e Vincenzo Marsiglia. Partiamo dal collettivo artistico che si cela dietro lo pseudonimo di Eva Hide: dopo due esperienze separate al DAMS di Bologna e alla Scuola di ceramica di Montelupo Fiorentino, Leonardo Moscogiuri e Mario Suglia si incontrano nel 2013 per dar luogo ad un progetto comune con base a Laterza, centro pugliese di secolare tradizione ceramica. Dall’irriverente rivisitazione della tradizione nascono forme che richiamano giochi infantili, la ripresa di oggetti commerciali conl’avvertenza che lebatterie non sono incluse, come recita il titolo di una delle loro installazioni. Ma non mancano pure citazioni più puntuali delle tradizione aulica come nel Ritratto di Nobildonna presentato in mostra. Su un piatto di forma tradizionale un disegno condotto con estrema maestria viene obliterato da una campitura nera che ne intacca una parte, dialogo o scontro tra una tradizione iconografia antica e una contemporanea. Quasi un’ulteriore  variazione sul tema il piatto di Xavier Montsalvatje presentato come saggio della ricerca contemporanea spagnola: anche lì forme tradizionali quali il piatto ma la decorazione diConnexoinescorrectas è demandata ad astronauti in volo, tralicci elettrici e carri armati a carica manuale, temi evidentemente cari all’immaginario di questa nazione se astronavi compaiono pure sui vasi  di Manuel Sànchez-Algora.

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Piatti dal riconoscibilissimo profilo mosso tipici della tradizione compaiono pure nelle realizzazioni diVincenzo Marsiglia dove la decorazione è sostituita, questa volta, da una forma modulare a rilievo che funge quasi da firma d’artista. Riprodotta in colori diversi, moltiplicata su specchi o proiettata su di questi cosi da essere pure riflessa nell’ambiente circostante, questa semplice stella a quattro punte fa da filo conduttore in installazioni in cui la lavorazione della ceramica è mescolata, tra le altre tecniche, alla stampa digitale. Ecco l’incontro tra uno dei materiali più antichi ad essere stato manipolato e le tecniche più innovative.  Ecco ancora arte ceramica e arte tout court se per le sue realizzazioni si parla giustamente di rimandi all’astrattismo e al minimalismo.

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Ma la ceramica non è solo un bagaglio di conoscenze e repertorio di forme, ma anche una millenaria stratificazione di competenze tramandate da generazioni di artisti e artigiani. Ed è proprio sulla componente umana del lavoro ceramico che si e incentrato uno dei progetti di Francesco Ardini di cui si presenta un capitolo in mostra. Artista noto per aver presentato al 59esimo Concorso internazionale di Faenza opere con applicazioni multimediali, lavora anche sul tema della tradizione, o, per usare le sue stesse parole “sul peso soffocante esercitato oggi dalla storia sulle nuove generazioni”, materializzato quasi dal gesso che cementa insieme gli antichi stampi di Manufatto Fossile_Cubo.  E così gli strumenti usati per levigare le forme uscite dagli stampi sono usati come lame che incidono il corpo molle della terra fino a svelarne una forma umana. La stessa sedia su cui poggia il tronco umano è un oggetto recuperato da una vecchio laboratorio e poi amputata, quasi metafora, insieme al corpo, di una attività costruttiva e castrante allo stesso tempo.

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Accostati a questa scultura, risaltano ancor più i tratti ironici delle realizzazioni di Luigi Belli e Guido Sacarabottolo. Organi interni, seni ,labbra e occhi chiaramente riconoscibili ma collocati in posizioni non sempre anatomicamente coerenti, dipinti di colori squillanti e uniti alla lamiera di ferro grazie a dei magneti che permettono di muoverli liberamente in posizioni di volta in volta diverse, ex voto  – laici per non dire semipagani, come definiti dalle note critiche di Beatrice Gaspari – per trattare la sacralità del corpo. Filo rosso con la mostra Etrusculudens ospitata alla mura del Valadier e di cui abbiamo già avuto modo di parlare, sono prova dei risultati più recenti del lavoro di animatore culturale svolto a Tarquinia da Sebastian Matta nel laboratorio omonimo.

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Immediato il collegamento con Sophie Aguileira e il suo approccio ironico con cui ci presenta il suo Forget me knot. Giocando con l’omofonia del titolo della sua opera col nome inglese del Nontiscordardime troviamo una mano posata su di un prato e un nodo, il knot del titolo, a decorarne un dito. O con le opere di Juan Perez, in cui teste umane dalle forme semplificate che ricordano quelle di  Mimmo Paladino sono ricoperte da clori squillanti e colature. Terminiamo questo righe dedicate agli artisti spagnoli  che trattano il corpo con due opere. Partiamo da La profanaciòn diNuria Torres Dominguez dove l’interesse dell’artista per il mondo della letteratura gotica ci presenta una figura dalle dimensioni minute intenta a sottrarre un corpo da una tomba. Spunti narrativi per una scena in cui l’evento si svolge su una coppia di teste in porcellana nera a rappresentare il divino. Ad una ambientazione letteraria dalle radici ben più antiche si rifà Cristina Salvans in cui due figure femminili ibride dalla testa di trampolieri portano il nome di Helena y Clitemnestra.

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Due altri nomi chiudono la rassegna, Serena Zanardi con il suo recupero della memoria, come  abbiamo già detto, e lo spagnolo Alberto Bustos con le sue complesse costruzioni di forme e accostamenti cromatici. Ma di entrambi ci riserviamodi parlare più in dettaglio in un testo dedicato espressamente alla loro ricerca.

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Testo di: Domenico Iaracà

Foto di: Evandro Gabrieli


Contemporary Italian Ceramic – CiC è il primo blog di ceramica diffuso, con uno sguardo alle tradizioni ma sopratutto alle nuove correnti artistiche del panorama Italiano e non. www.contemporaryitalianceramic.com

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